di Riccardo Santangelo

Devo ammettere che se per alcuni aspetti della mia vita ho aperto le porte senza problemi alla velocissima rivoluzione digitale, per altri ancora sono legato alle vecchie abitudini. Per cui per la fruizione e il mio arricchimento culturale cerco di preferire il “solido”, il “vivo”, e optare per il “liquido” e lo “streaming” solo se estremamente necessario.
Sta di fatto che ovviamente da parecchi anni mi scontro con la sempre più veloce avanzata di prodotti “eterei”, soccombendo spesso nella battaglia quotidiana. Così ho chiesto aiuto a Francesco Prisco per capire meglio cosa sia successo in questi ultimi anni e se dovrò cambiare prima o poi le mie abitudini.
Francesco Prisco è redattore al Sole 24 Ore e si occupa di economia della cultura e dell’entertainment. Ha all’attivo la pubblicazione di un saggio (L’ultima produzione narrativa di Pratolini e i due romanzi Psychedelicon e Bomba carta. Processo al sistema delle concentrazioni editoriali). L’anno scorso ha pubblicato l’instant book La music economy (distribuito in allegato al Sole 24 Ore e in versione e-book), e attualmente scrive per il quotidiano, per 24+ (sezione premium del Sole 24 Ore online), e cura la rubrica satirica del sabato Cattivissimo Lui.

Lo scorso 4 ottobre a Faenza, durante la quinta edizione del “Forum del giornalismo musicale” hai tenuto un intervento dal titolo: “La music economy: ormai è liquida anche la musica”. In breve cosa hai spiegato alla platea?
«Ero stato invitato da Enrico Deregibus, direttore del Forum che si tiene nell’ambito del Mei, a parlare de “La music economy”, l’instant book sul music business che ho pubblicato a giugno del 2019 in allegato al Sole 24 Ore. In quel volumetto seguivo la suggestione della “musica liquida”, una suggestione che parte dalla parafrasi del concetto di società liquida teorizzato da Zygmunt Bauman: l’industria della musica, nei primi dieci anni del secolo, è riuscita a sopravvivere alla propria crisi trasformandosi da bene a servizio, dal disco che compravamo nel negozio sotto casa al contratto sottoscritto con le piattaforme di streaming. Alla luce di quanto è accaduto da febbraio 2020 in avanti, ho dovuto ri-calibrare il mio intervento: dalla musica liquida ho spostato il focus sulla musica gassosa».

Come siamo passati in pochi anni dalla musica “solida” a quella “liquida” che, come tu ipotizzi, è divenuta “gassosa”. Ma cosa è la musica “gassosa”?
«Il primo passaggio è un caso di scuola: la rivoluzione di Napster, all’inizio degli anni Duemila, è stato un evento travolgente per la discografia. Le major hanno subito prima e successivamente inseguito una rivoluzione tecnologica che aveva la forma dei file mp3 condivisi illegalmente dagli utenti. Il file sharing ha rischiato seriamente di uccidere il comparto. Ma il comparto è riuscito a reagire, ri-definedo il proprio perimetro: lo streaming ha soppiantato il downloading e ha cominciato a portare ricavi agli artisti, sebbene in misura molto minore rispetto ai tempi della musica “solida”. L’asset portante è diventato quello dei concerti: il grosso del business si è spostato sul live che si è tirato dietro diritto d’autore e diritti connessi. Questa era la musica liquida fino a febbraio 2020. Poi sulla terra si è abbattuta una supernova chiamata Covid-19 e la musica liquida è evaporata: concerti fermi, drastico calo del mercato dei diritti. Tiene lo streaming ma, come dicevamo prima, muove poco in termini economici. Il music business è appunto diventato qualcosa di gassoso: indefinito, nebbioso, difficile da decifrare».

La nuove tecnologie che hanno reso più semplice fare musica possono essere viste come strumenti per una crisi del settore?
«Questo, se vuoi, era un problema che esisteva già prima della crisi innescata dal coronavirus. Il fatto che tutti abbiano la possibilità di incidersi un disco in casa e distribuire sul web ha moltiplicato l’offerta musicale. C’è un eccesso di offerta, rispetto all’epoca in cui dovevi passare per le audizioni di una casa discografica: tutti possono fare il primo passo. Il guaio è che il secondo passo, quello verso il professionismo, è diventato molto più complicato».

Che responsabilità ha l’industria musicale, soprattutto quella delle major, nella crisi del settore?
«Ai tempi della crisi di Napster l’industria musicale ebbe delle responsabilità enormi: non capì che il modello di distribuzione delle canzoni stava cambiando dal basso, attraverso le potenzialità offerte dal web. La rivoluzione di Spotify e Apple Music, al contrario, si può dire che è stata gestita molto bene dalle case discografiche. Ovviamente, ciò che è accaduto con il coronavirus era imprevedibile ed è ingestibile da parte dell’industria di settore».

Quale è il futuro del music business e della musica in generale? Chi sopravviverà?
«Come mi è capitato di scrivere, quello che potrebbe succedere adesso, in fondo, è già successo altre volte. C’è stato, per esempio, un tempo in cui l’opera era musica per le masse, intrattenimento popolare, immaginario collettivo interclassista. Poi vennero il ’29, il crollo di Wall Street, la Grande Depressione. E il mondo dorato del Barbiere di Siviglia e di Aida si scoprì, da un giorno all’altro, fuori mercato. Troppo costoso per tempi moderni fatti di radio e divertimenti jazz. Adorno lo spiegava benissimo nella “Sociologia della musica”. Potremmo essere di fronte a una di quelle che l’antropologo Ernesto De Martino definiva “Apocalissi culturali”: la fine di un mondo. La popular music potrebbe diventare passatempo per ricchi. E solo i grandi sopravvivranno».

Come ci sei arrivato a occuparti del music business?
«Sono da sempre un grandissimo appassionato di musica, beatlesiano militante. E, tra l’altro, musicista mancato, sorte comune a tanti giornalisti, a dire il vero. Lavoro per il giornale economico e finanziario per eccellenza: abbiamo un supplemento culturale molto prestigioso, ma ci interessa anche un altro taglio, quando si parla di musica. E cioè il racconto della musica come fenomeno economico. Uno contesto nel quale mi sono subito trovato a mio agio. Per approfondire questo ambito, dal 2015 sul portale del Sole 24 Ore curo anche il blog “Money, it’s a gas! L’economia della musica ai tempi dello streaming”, interamente dedicato ai temi del music business».

È di oggi la notizia che l’ultimo film di animazione della Disney verrà distribuito solo in streaming. Sembra che così si ripeta la storia dell’industria musicale: sarà una lenta decadenza?
«Anche in questo caso la sensazione è che siamo di fronte a un passaggio epocale, un’apocalisse culturale. Non è detto che sia per forza un dramma: adoro le luci che si spengono in sala, la ritualità delle poltronicine rosse e dello schermo bianco ma il cinema, inteso come esperienza della sala, non è sempre esistito. E il cinema, inteso come arte, potrebbe tranquillamente sopravvivere alla fine della distribuzione in sala».

Tu oltre a essere giornalista sei anche scrittore, quali sono i prossimi libri che stai preparando?
«Sto scrivendo un podcast prodotto dal Sole 24 Ore. Esperienza molto interessante: mi sono accorto che si tratta di un lavoro che ha più a che fare con il mestiere di scrittore che con quello di giornalista. E poi tutte le settimane, per 24+, sezione premium del Sole 24 Ore online, curo la rubrica satirica “Cattivissimo Lui” in cui provo a mettere in risalto le contraddizioni del nostro tempo con il sorriso sulle labbra. E chissà che, prima o poi, non questo progetto non diventi un libro».