di Riccardo Santangelo
Lo ammetto. Quando in una puntata de La “Casa de Papel” viene intonata “Bella ciao” per un attimo ho sentito una sorta di fastidio. Non trovavo consono in quella circostanza, per le vicende che stavano accadendo, la scelta di una colonna sonora del genere. Poi mi sono ricreduto, aveva un suo senso, e trovava un giusto collocamento in quel contesto epico, di trasgressione “outlaw”.
Perché “Bella ciao” è sicuramente una canzone partigiana, pur non essendo propriamente un canto della guerra 1943-1945. È una canzone che forse arriva da lontano, come spiega bene Carlo Pestelli nel suo libro del 2016 “Bella ciao: la canzone della libertà”, pubblicato da add editore. Ha origine, in forme non propriamente uguali a quella che conosciamo noi, in un tempo più remoto; ma proprio per questo ha saputo radicarsi nella società, trasformandosi in vario modo a seconda delle epoche.

Sandro Pertini, tra autorità del CLN, durante una manifestazione, in piazza Sempione a Milano, all’indomani della Liberazione
Ho sempre pensato che oltre ai simboli, ai proclami, alle manifestazioni per questa giornata, la forza che bisogna tramandare nel ricordo della liberazione, è quella della continua educazione storica, del perpetuare oralmente e per iscritto, attraverso libri, incontri, dibattiti, le storie personali e collettive, grandi e piccole, che hanno costruito la Resistenza. Senza lasciar indietro nulla, narrando le gesta più epiche e le pagine più oscure; avendo però sempre ben chiara la prassi storica.
È certo che con il passare degli anni, il continuo lavoro di sgretolamento del suo valore a opera di sedicenti storici, mistificatori di carte e funamboli che saltano su e giù dai carri, ha portato il 25 aprile, la Festa della Liberazione e “Bella ciao” a vestirsi di retorica, ispessendo il proprio valore. Ma la retorica non è sempre da definire in modo negativo, e a volte è lo strumento conforme per riportare alla giusta importanza i valori per cui ci si batte.
Il 25 aprile, la Liberazione, l’antifascismo, la lotta partigiana, sono tutti simboli e realtà inclusive, e non esclusive. La stessa realtà storica della lotta partigiana per la cacciata dal suolo italiano del fascismo e delle truppe naziste, include la volontà di formare una patria in cui il diritto d’espressione viene concesso a tutti, regolamentato dalla Costituzione e dalle leggi di uno stato repubblicano. Di certo questa volontà aveva diverse sfumature, che però hanno trovato sintesi in uno sviluppo civile e democratico, non esente sicuramente da errori storici, ma che ha permesso all’Italia una sopravvivenza degna del suo storico nome.
Tornando al brano che ormai viene riconosciuto come “la canzone della libertà”, Moni Ovadia nella prefazione al libro di Pestelli, scrive: «Con questo viaggio in una sola canzone, scopriamo le ragioni testuali, musicali e ritmiche di un successo planetario, universale. Ho sempre pensato che la capacità di un canto di suscitare adesione, emozione e coinvolgimento sia la prova provata dell’universalità della condizione umana al di là di confini, nazioni, sistemi di governo e persino delle differenze culturali e delle lingue che pure rappresentano l’espressione della bellezza e del genio molteplice di una comune appartenenza antropologica e di un solo destino: il destino condiviso della passione per il valore della libertà». E certo la riprova di tutto questo è la forza di abbattimento dei confini culturali e linguistici, che la canzone incarna. Non si contano le versioni e le traduzioni in molte lingue, gli arrangiamenti musicali e l’appropriazione sempre più frequenti da parte dei moti di protesta che nascono in ogni parte del mondo. Consiglio allora di leggere il libro di Pestelli, anche lontano dal 25 aprile, per capire che in una sola canzone si può racchiudere un mondo, e la passione di chi se ne impossessa, cantandola, suonandola e tramandandola alle future generazioni, la fa rimanere in vita, come i valori che essa porta in sé.

Bell’articolo Riccardo e complimenti per questa tua nuova avventura
Grazie Luciano.