di Riccardo Santangelo
(pubblicato su amadeusonline.net)

Non è facile parlare d’Israele in questi giorni. Giornali e televisione sono troppo attenti a raccontarci altre cronache di guerra, e solo le stragi e gli abusi perpetrati nei territori occupati possono far tornare agli onori della prima pagina (o anche solo dei trafiletti di cronaca) la crisi del Medioriente. Ancor più difficile è trovare sui media italiani “notizie di pace”: le “parole di pace” forse non fanno vendere. Per questa legge di mercato che premia le notizie di dolore su quelle di speranza, le voci d’odio su quelle di tolleranza, i proclami dei politici sulle parole di saggezza degli intellettuali, nessun media italiano ha raccolto la notizia della consegna dei Wolf Prize per le Arti a Mstislav Rostropovich e Daniel Barenboim. Non tanto per il premio (uno dei più prestigiosi, consegnato il 9 maggio 2004 a Gerusalemme), ma per il fatto che Barenboim, nel suo discorso di ringraziamento, ha attaccato la politica adottata dal governo israeliano nei territori palestinesi. È vero che, in questo ultimo periodo, le voci critiche, sia all’interno che all’esterno di Israele, iniziano ad alzarsi sempre più spesso, ma ancora esiste una riluttanza a pubblicizzare in maniera cristallina il dissenso verso il governo israeliano, per paura di essere tacciati di antisemitismo o di molto peggio. Ma la notizia c’era e aveva tutti gli elementi per essere pubblicata, l’intervento del direttore d’orchestra è avvenuto in una cerimonia ufficiale nella Chagall Hall della Knesset (il Parlamento israeliano) alla presenza di alcune delle più alte cariche dello stato (come il presidente Moshe Katsav e il Ministro dell’Educazione Limor Livnat) e ha scatenato un violento dibattito in Israele.
Daniel Barenboim, dopo aver ringraziato la Wolf Foundation, ha affermato: «La dichiarazione di indipendenza è stata una fonte di ispirazione per credere in ideali che ci hanno trasformati da ebrei in israeliani. Questo documento importante esprime alcuni obblighi: “Lo stato di Israele si impegnerà allo sviluppo di questo paese per il bene del suo popolo; fondandosi sul principio di libertà, giustizia e pace, guidato dalle visioni dei profeti di Israele; garantirà pieni e uguali diritti sociali e politici a tutti i suoi cittadini senza riguardo per il loro credo religioso, la loro razza o il sesso; assicurerà la libertà di religione, coscienza e cultura”. I padri fondatori dello stato di Israele che firmarono la Dichiarazione si sono anche impegnati, e hanno impegnato noi tutti “A perseguire la pace e le buone relazioni con tutti gli stati e i popoli confinanti”». Premesso questo il direttore d’orchestra ha chiesto alla platea se era possibile ignorare la differenza che esiste tra quello che la Dichiarazione di indipendenza ha promesso e ciò che è stato raggiunto, la differenza tra l’idea e le realtà di Israele, se le condizioni di occupazione e dominio su un altro popolo combaciano con gli intenti della Dichiarazione di Indipendenza. Barenboim, che è già stato protagonista in passato di altre prese di posizione critiche verso il governo israeliano, ha proseguito il suo intervento chiedendo ancora: «Possono permettersi gli ebrei, la cui storia è una testimonianza di continua sofferenza e di spietata persecuzione, di rimanere indifferenti ai diritti e alla sofferenza di un popolo confinante? […] Credo che, nonostante tutte le oggettive e soggettive difficoltà, il futuro di Israele e la sua posizione nella famiglia delle nazioni illuminate dipenderà dalla nostra abilità di concretizzare la promessa dei padri fondatori come sancito dalla dichiarazione di indipendenza. Ho sempre creduto che non esista soluzione militare al conflitto arabo-israeliano, né una soluzione morale né una strategica, e visto che una soluzione è inevitabile mi domando: perché aspettare? È per questa ragione che ho fondato con il mio amico Edward Said un laboratorio per giovani musicisti provenienti da tutti i paesi del Medio Oriente; ebrei e arabi. Nonostante il fatto che, come arte, la musica non può compromettere i suoi principi, e la politica dall’altra parte è l’arte del compromesso, credo che quando la politica trascende i limiti della esistenza presente, e ascende alla più alta sfera del possibile, là può esserci un unione con la musica. La musica è l’arte dell’immaginario per eccellenza, un’arte libera da limiti imposti dalle parole, un’arte di suoni che attraversano tutti i confini. Per questo la musica può condurre i sentimenti e l’immaginazione di israeliani e palestinesi a nuove e inimmaginabili sfere. Per questa ragione ho deciso di donare i soldi del premio a progetti di educazione musicale in Israele e a Ramallah».
Agli occhi di un cittadino europeo quest’intervento appare la critica legittima di un intellettuale verso la condotta politica del proprio governo; una critica portata avanti con toni pacati, e che ha come precedente l’impegno di Barenboim di creare un’integrazione tra palestinesi e israeliani attraverso l’insegnamento della musica. Invece in Israele già dall’annuncio del conferimento del Premio Wolf al direttore d’orchestra, si sono scatenate le proteste, aumentate dopo quest’ultimo episodio. Rappresentati del Likud, e della società civile, imputano a Barenboim di essere un ebreo ingrato perchè include Wagner (il compositore favorito dai nazisti) all’interno dei programmi dei suoi concerti. Posizione che ha portato lo speaker Rubi Rivlin (Likud) a boicottare la cerimonia di premiazione affermando che Barenboim ogni volta che dirige Wagner, in un concerto in Israele, oltraggia le vittime dell’Olocausto e ogni israeliano. Al termine della cerimonia del 9 maggio il Ministro dell’Educazione Limor Livnat ha pubblicamente chiesto al comitato del Wolf Prize di cancellare il premio assegnato al direttore d’orchestra e non meno feroci sono stati gli interventi, provenienti da tutto il mondo, dei lettori di Maariv, che hanno bollato Daniel Barenboim come “nazi-ebreo” (come si può leggere dagli interventi dei navigatori sul sito del giornale israeliano).
A noi resta, ancora una volta, da chiederci dove sta il confine tra politica e arte, in Italia e nel mondo, all’alba del XIX secolo, dopo mille anni dal Medioevo.