di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
Ascoltando Talking Timbuktu si ha subito chiara la concezione di come la musica possa viaggiare nel tempo, toccando continenti lontani, modificandosi in modo sostanziale, ma lasciando ben visibile il suo dna originale; per poi, come se fosse la risacca di una marea, riportare le stesse sonorità, trasformate, sulle “spiagge” originali. Così succede con l’album più noto del musicista maliano Ali Farka Touré, classe 1939, di famiglia nobile, per cui non destinato, come succede con i griot, alla professione di musicista (o meglio di narratore). Folgorato però dall’ascolto della musica del bluesman statunitense John Lee Hooker (ascoltato attraverso i rari dischi che raggiungevano negli anni ’60 il Mali), decide di mutare il suo stile chitarristico orientato alla tradizione. Questa sua decisione segna una tappa fondamentale per il ritorno degli stilemi del blues nel continente d’origine: l’Africa. A completare la magica alchimia che si respira in questo disco contribuisce Ry Cooder, musicista statunitense, che ha il merito di sapere prendere la vena creativa di Touré e far emergere quel ponte sonoro che lega indissolubilmente tempi e spazi che paiono così lontani. Creando così un nuovo genere musicale, l’African Blues, capostipite di altri sottogeneri che da allora sono nati.
Talking Timbuktu
Ali Farka Touré with Ry Cooder
World Circuit, 1994
