di Riccardo Santangelo
(intervista pubblicata su Amadeusonline.net)

Room 2401 come tu dici è una stanza piena di sogni e un luogo di svolta, quali sono quelli che hai messo in questo disco?
«Room 2401 è la stanza dalla quale sono partita per raccontare questo nuovo capitolo della mia vita, musicale e umana.
Mi trovavo a Chicago, in una stanza d’albergo. Detto così puo’ sembrare poco poetico ma quella stanza ha segnato un cambiamento profondo dentro di me ed ha acceso quel fuoco creativo che poi mi ha portato al concepimento di questo progetto e la voglia di raccontarmi di nuovo attraverso la musica. Room 2401 è la declinazione materiale di un concetto spirituale. È il luogo dove ognuno di noi si ritrova con i propri sogni, speranze e ricordi ma anche con le proprie paure, ansie, insicurezze.
Io ho trovato la mia stanza in cima ad un grattacielo ma la stanza può essere ovunque. Un rifugio segreto che può trovarsi anche dentro di noi, in un luogo dell’anima. L’idea di questo progetto nasce a Chicago ma ho lavorato alla musica in un periodo successivo alla fase americana.
Ho iniziato a riordinare i miei appunti musicali e a trascrivere le stesure definitive dei brani a seguito di un tour in Cina (Tianjin, Xi An, HangZhou, Wuhan, Shanghai). L’esperienza in Cina è stata molto importante per me dal punto di vista artistico ma anche umano. Mi sono misurata con un pubblico vasto estremamente attento e preparato in teatri magnifici e maestosi.
Ho conosciuto un popolo con una cultura così ricca ma profondamente diversa dalla nostra che mi ha accolto senza pregiudizi ed ha ispirato il mio percorso.
Dopo il successo di questo tour si stava chiudendo la fase legata al primo disco Giocando con i bottoni. Durante il viaggio di ritorno in Italia ricordo la sensazione che provai. Uno stato di paura e incertezza. Cosa avrei fatto il giorno successivo? Cosa sarebbe accaduto nella mia vita e quale direzione artistica avrei preso? Domande piene di dubbio ed incertezza. Tornare a casa, nel mio mondo, mi fece riprendere coraggio in me stessa ed iniziare a lavorare sul pianoforte alla stesura delle composizioni di Room 2401. È un progetto ampio che vede la presenza di 12 composizioni originali e tre bonus track. Non è un disco di solo pianoforte.
Ho scritto anche brani per altri strumenti come ad esempio Merope che è stata composta per piano ed Hand Pan, uno strumento molto particolare nato in Svizzera (puo’ avere un suono percussivo o un suono molto morbido e melodico) o come Ellis Island, un viaggio della memoria in musica attraverso il dialogo del piano con del violoncello. Ogni composizione è la fotografia di un momento, una emozione che ho provato ed ho cercato di fermare con la musica. I viaggi e le esperienze in questi tre anni mi hanno cambiata, sono cresciuta e cerco di raccontare chi sono oggi con questa musica che mi rappresenta pienamente e racchiude il mio mondo. Il mio sogno è continuare ad emozionarmi».

Nel libretto tu spieghi ogni brano. È stata un’esigenza che hai sentito necessaria, invece di lasciare all’ascoltatore la comprensione dei pezzi?
«Room 2401 è una stanza che si apre al mondo ed incontra il mondo per questo motivo ho sentito l’esigenza di inserire nel libretto dei testi che hanno preceduto o accompagnato la scrittura di queste composizioni. Avevo voglia di condividere con gli altri attraverso le parole quei sentimenti che mi hanno portata alla scrittura musicale. Questi testi non sono una traccia da seguire per ascoltare i brani, ma la voglia di condividere con gli altri i miei pensieri e sensazioni.
Spesso quando viaggio non ho il pianoforte. Annoto i miei pensieri sulla carta, scatto delle fotografie con il telefono, registro delle idee cantando la melodia. Volevo condividere quello che precedeva la scrittura musicale. Sono una compositrice e la vita mi ispira continuamente. Vivendo raccolgo emozioni e spesso mi capita di fermarle con altri mezzi espressivi. Il pianoforte per me è un mezzo con il quale esprimo e sviluppo queste fotografie che possono non nascere necessariamente come un atto musicale. Il pianoforte non rappresenta per me un inizio o una fine ma il mezzo per poter raccontare e tradurre le idee, emozioni, sogni che vivono dentro di me.
Mi piacerebbe che questa musica fosse ascoltata liberamente, senza costrizioni, con gli occhi chiusi e il cuore aperto. Vorrei che fosse un viaggio emozionale vissuto in maniera personale e che ognuno potesse scrivere il proprio testo, la propria storia ascoltando queste note. Questa è una musica emozionale che si fonda sul concetto dell’emozionarsi per poter emozionare. La mia musica mi permette di creare della immagini oniriche senza aver bisogno di dormire tutta la notte».

Puoi spiegare la scelta delle tre bonus track?
«La musica che scrivo è una musica contemporanea, non è musica classica. È una musica di oggi che ha all’interno echi della musica classica ma anche del pop, del rock e di tutta la musica che mi influenza e ascolto. Influenze non solo legate alla musica ma anche all’arte, fotografia, letture e ovviamente il rapporto con gli altri. È una musica moderna che si alimenta di energie diverse e che si muove senza pregiudizi. Per me non esiste una musica di serie A o una di serie B ma una musica bella o brutta, al di là del genere alla quale appartiene.
La scelta di inserire Get Lucky tra le bonus track è legata alla voglia di sperimentare nuove strade sonore e di incontrare mondi diversi. Il pianoforte non è solo uno strumento classico, ha infinite possibilità. Mi piacerebbe che il pianoforte fosse più vicino alle persone e riuscisse a parlare anche alla mia generazione che ascolta anche i Daft Punk. Truman’s sleep è un pezzo di Philip Glass dal film “Truman show”. È un brano che mi emoziona molto e mi fa chiudere gli occhi ogni volta che lo suono e lo ascolto per questo motivo ho scelto di inserirlo all’interno dell’album.
Per quanto riguarda Piccola luce, era una composizione già presente nel primo disco Giocando con i bottoni che però ho rielaborato per pianoforte e violoncello dandole una nuova vita. È stato per me importante inserire questa nuova stesura di “piccola luce” per far capire in che modo è cambiato il mio suono e in che modo si è evoluta la mia musica.
Tre bonus track appartenenti a mondi musicali diversi che dimostrano la trasversalità con la quale mi muovo e si muove anche la mia musica».

Come hai conosciuto Michael Nyman e come è nata la vostra collaborazione?
«Ci conosciamo da molti anni ma non avevo mai avuto il coraggio di chiedergli di collaborare insieme. Amici in comune mi avevano dato un indirizzo mail dicendomi che era di Michael Nyman. Non ci credevo, pensavo che fosse uno scherzo. Iniziai questa corrispondenza senza aspettarmi niente fino a quando non mi venne il dubbio che dall’altra parte ci fosse realmente Michael Nyman. Per scoprire questo, mi affidai a Skype che ovviamente svelò l’identità della persona con la quale corrispondevo. Era davvero Michael Nyman.
Indipendentemente da questo aneddoto, il nostro rapporto si è da subito fondato su un’amicizia vera e una stima reciproca. Parlavamo di arte, fotografia, musica e ogni volta che lui veniva in Italia ci incontravamo ai suoi concerti continuando a condividere pensieri legati alla musica ma anche alla vita. Quando ho avuto l’opportunità di lavorare a questo progetto ho chiesto a Michael se avesse avuto voglia di collaborare insieme. Eravamo seduti nel foyer del teatro dell’opera di Firenze (lui si trovava lì per un concerto) quando parlammo di The departure e della possibilità di creare qualcosa per due pianoforti. Così è nato The departure. Una composizione per orchestra che in origine faceva parte del film Gattaca del 1993. Michael ha realizzato una nuova stesura del pezzo scrivendo una parte per me e una parte per lui ed abbiamo eseguito insieme questa coinvolgente composizione. Un dialogo tra due pianoforti, due generazioni a confronto e due sensibilità diverse legate a un universo maschile e ad uno femminile che si incontrano. È stato emozionante lavorare con lui e suonare insieme».

Oltre a Nyman quali sono gli altri compositori che ti hanno insegnato molto o a cui fai riferimento?
«Il romanticismo e Chopin ma anche l’impressionismo con Satie e Debussy. Il minimalismo naturalmente con Philip Glass, Michael Nyman, Sakamoto, Yann Tiersen. La musica da film allo stesso tempo con Danny Elfman ma anche il cinema e l’arte. La musica elettronica e il pop, il rock e altri generi musicali dai quali prendo spunto per scrivere. David Bowie, Brian Eno e la poesia e la bellezza che compongono il mondo che ci circonda e che continua a sorprendermi e meravigliarmi».

Il disco è stato registrato nella Sacrestia di San Marco, che sensazioni hai avuto durante la registrazione?
«Un luogo carico di storia e spiritualità non solo religiosa ma anche musicale. Mozart ha dormito nella Sacrestia e Verdi ha composto la Messa da Requiem. Un luogo importante per un compositore, pieno di ispirazione e significati profondi. È stato significativo per me poter registrare in questo ambiente non solo per questo aspetto legato alla spiritualità ma anche per la ricerca timbrica che volevo dare all’intero progetto. Le altezze della Sacrestia, i reverberi naturali che si creavano hanno donato al suono il pathos e l’interiorità che stavo cercando. In questi anni ho fatto un lavoro sul mio suono ed ho trovato la voce che volevo avere sul pianoforte e che più mi rappresentava. Mi sono liberata della pesatura tipica di un tipo di pianismo classico che non mi apparteneva per approdare a un suono più morbido, legato e sognante. Giusto o sbagliato dal punto di vista accademico? Non importa. Non sono una pianista classica ma una compositrice e ho bisogno di una mia voce, di un timbro che possa contraddistinguere la mia musica e sottolineare le mie idee. Questo è il suono che mi rappresenta e rappresenta la mia musica. La Sacrestia mi ha aiutato a renderlo naturale e a dargli una veste quanto più vicina alla realtà senza manipolazioni elettroniche, solo il suono puro del pianoforte».

Il genere mininalista, soprattutto quello pianistico, ormai si è imposto da parecchi anni, e a volte gli artisti non riescono a uscire dal quel mondo chiuso. Come vedi tu l’evoluzione futura del genere?
«Sperimentando strade diverse e muovendosi tra vari generi senza pregiudizi. Un compositore deve essere curioso e vorace. Ascoltare molta musica, leggere, viaggiare, studiare e aprirsi al mondo per potersi arricchire dentro e scrivere qualcosa di sincero. La mia musica non è minimalismo. Naturalmente all’interno della mia musica c’è anche il minimalismo ma non è il mio punto di arrivo. Scrivo musica emozionale che si muove con grande libertà e che non segue una forma ben precisa ma si concentra su un linguaggio in continua evoluzione che guarda alla modernità e al futuro. Per me la vera evoluzione è l’emozione e tornare a parlare di questo con la musica e il pianoforte».

Che importanza e che rapporto hai con il pianoforte?
«Il pianoforte è il mio migliore amico. Ogni volta che mi siedo al piano provo una gioia immensa, un regalo che il destino mi ha concesso. Questo strumento mi permette di esprimere le mie emozioni e raccontare chi sono. Riesco a dire e confidare agli altri cose che non sarei in grado di dire con le parole».

Quanto e come sei cresciuta dopo il disco d’esordio?
«Giocando con i bottoni era un disco legato a un periodo di vita più lontano e raccontava un mondo legato all’infanzia e alla giovinezza con uno stile compositivo e un approccio pianistico che oggi non mi rappresenta più. In questi tre anni sono cresciuta come essere umano e di conseguenza come compositrice. Ho conosciuto il mondo, mi sono arricchita di esperienze di vita e musicali e la mia stanza è diventata più grande. Sono passata da una stanza contenuta in una scatola dei bottoni alla Room 2401 che è la stanza del mio mondo di oggi. Una stanza che apre la porta agli altri».