di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

In piena epoca grunge nessuno poteva aspettarsi un disco così. Inoltre il cognome Buckley faceva tornare indietro la memoria a quasi un ventennio prima, e a un giovane autore e musicista statunitense che aveva incantato la scena mondiale, di nome Tim che era morto a soli 27 anni. Così quando uscì Grace lo stupore fu doppio: un disco fuori dai “percorsi sonori” del momento, in cui il cantante rammentava molto le suggestioni timbriche di una voce quasi dimenticata. A firmare il disco era il figlio di Tim, Jeff Buckley; che prepotentemente entrò nella storia con questo solo disco, anche lui portato via dal male di vivere a soli 30 anni. Fino ad allora il giovane Jeff era quasi sconosciuto. Non aveva neanche una band, e per la registrazione del disco furono chiamati inizialmente il bassista Mick Grondahal e il batterista Matt Johnson, per poi aggiungere altri musicisti, tra cui Gary Lucas che divenne il coautore dei brani Mojo Pin e Grace (che aprono l’album). Insieme alle canzoni originali, Jeff decise di inserire tre cover: Lilac Wine (James Shelton), Corpus Christi Carol (Benjamin Britten) e Hallelujah (Leonard Cohen). L’interpretazione di quest’ultima (più vicina a quella di John Cale che a quella dell’autore) è diventata così popolare da affermarsi come standard, ormai copiato da chiunque.

Grace
Jeff Buckley
Columbia Records, 1994