a cura di Riccardo Santangelo
(pubblicato sul bollettino IRD News – novembre/dicembre 2018)
Resoconto di una conversazione notturna con Michele Gazich, raccolta passeggiando per Venezia.
Tornare a Venezia dopo molti anni non è stato facile. Qui ci venivo ogni anno come premio dopo essere passato da Padova per i consueti esami ospedalieri. L’ho fatto per sei anni circa, poi non è stato più necessario e dai 9-10 anni Venezia è diventata la città dei ricordi sbiaditi. Poi poche altre volte mi è capitato di rimetterci piede. Così è bastata una telefonata di Michele, lo scorso ottobre, nel 2017, per aver ancora voglia di rivederla. «Io sono in residenza a Venezia, se mi raggiungi ti racconto del progetto che sto realizzando». Così trovava il modo di incuriosirmi. E poi il fatto che fosse in “residenza” non comprendevo fino in fondo cosa volesse dire. In “residenza” di solito è un musicista, un ensemble, un’orchestra classica. Oppure le grandi star statunitensi che impegnano la propria carriera per un lungo periodo in lussosissimi concert hall di improponibili hotel di Las Vegas; o in teatri di Broadway.
L’appuntamento era fissato verso sera alla fermata “Zitelle” del vaporetto, alla Giudecca. Arrivo per tempo. Michele sbarca dal vaporetto subito dopo il mio, accompagnato dal suo strumento. Questa sera di metà autunno sta regalandoci un tramonto degno della nobiltà di Venezia, anche se l’approssimarsi della notte ci fa capire che le ore successive potrebbero non essere miti. «Ti voglio portare in un posto diverso da ogni altro» così esordisce Michele. «Avviamoci». I nostri passi si dirigono verso il cuore della Giudecca, passando di calle in calle, tra case popolari e una certa desolazione: i turisti qui non arrivano. «Perché mi hai portato qui?». «Siamo a Campo Marte. Qui è nato Gualtiero Bertelli, che ha saputo cantare Venezia come nessun altro. Sentivo che dovevamo cominciare da qui il nostro viaggio».
Michele sa raccontare bene i percorsi che la sua mente intraprende per arrivare a scrivere. E mi accorgo ben presto che ha confidenza con questa città. Per cui, ormai perso in qualche luogo per me inedito, mi lascio trasportare dalle sue parole e dai suoi passi. Mi torna la curiosità di sapere perché è a Venezia e che cosa significa “in residenza”. «Caro Riccardo, sono qui ospite del progetto Waterlines – residenze artistiche e letterarie a Venezia: da tre settimane vivo su un’isola e ci starò fino alla fine di ottobre: l’isola San Servolo, proprio di fronte a Venezia, poco distante dalla Giudecca; poi ti ci porto. La “mia” isola è stata manicomio dal 1725 al 1978. Ogni giorno la mattinata sto nell’archivio dell’ex-manicomio; il pomeriggio e soprattutto la notte scrivo. Non hanno mai ospitato scrittori di canzoni, ma solo scrittori in senso stretto, prima di me. In un altro ottobre non così lontano nel tempo (per l’esattezza l’11 ottobre del 1944), dall’isola di San Servolo vennero “ritirati” – questo l’orribile termine burocratico che leggo sulle loro cartelle cliniche – gli ebrei presenti nel manicomio e deportati verso i campi di sterminio tedeschi. Ho guardato i loro visi, ho riletto le loro storie nelle cartelle cliniche, nel tentativo di restituire loro qualcosa, che non sarà comunque mai abbastanza, e di ridare a loro la parola. La loro storia non è conosciuta: la mia missione è farla conoscere».
Non mi sorprende la risposta. Michele in fondo è partito per il suo viaggio “in solo”, navigando con la Nave dei Folli. E ora ritorna in qualche modo a fare i conti con la follia… Stavo proprio pensando a questo, seguendo ancora i suoi passi, quando d’improvviso la calle che percorrevamo si apre in una piccola piazza, o meglio uno slargo tra due case popolari: ancora una Venezia diversa. Il tramonto ormai è diventato sera. Non c’è nessuno attorno a noi. «Venezia è l’unica città dove puoi ancora gustare il silenzio; basta uscire da quelle quattro vie dove inesorabilmente vanno i turisti; basta uscire dal luogo comune di Venezia». Ombre e piccole luci illuminano le case, Michele si ferma, da un portoncino esce Marco Lamberti, il suo storico collaboratore, con un bouzouki tra le mani e come per incanto cominciano a suonare, proprio lì, in un angolo della piazza, come se fosse la cosa più ovvia. Nulla si muove in quei minuti di musica e parole: «Amici, vi parlerò dell’isola / Qui nessuno ci arriva da solo / Né porto né approdo sicuro / Isola che mai sarai casa / Isola che mai sarai casa». «Perché queste canzoni?». «Alcatraz, Roosvelt Island, Isola del Diavolo, Isola di Wight, Port Arthur, Isla de la Juventud, Isola di Wight, Robben Island, Leros, Asinara, Ventotene, ma l’elenco delle isole dove tanti uomini sono stati confinati nella storia potrebbe continuare molto più a lungo: San Servolo le rappresenta tutte». Sento un gelo pungente insinuarsi attraverso il mio cappotto inadeguato. «Digo parole de mascòn / Parole de gòi / Ah, parola zonà!». Michele canta la seconda canzone in una lingua misteriosa, ma molto musicale ed evocativa. «È la parlata degli ebrei di Venezia, lingua oggi non più utilizzata se non da pochissimi. Ho scelto di narrare il momento della deportazione da San Servolo proprio attraverso la parlata che l’ignorante violenza dei carnefici ha ucciso, uccidendo gli ebrei deportati: le parole, divengono mattoni di memoria per costruire canzoni-case di memoria».
Passando su un ponte, mi accorgo che i miei pensieri e i miei piedi sono rimasti indietro e cerco con lo sguardo dove fosse finito Michele. Non avevo nessuna idea di dove potessi essere, ma mi confortava il fatto che, tra le fievoli luci dei lampioni, uno spicchio di luna riuscivo ancora a vederlo. Ma tutto il resto mi sembrava irreale: non avrei voluto finire come l’Orlando dell’Ariosto a perdermi tra senno e follia, ma perdersi a Venezia può far arrivare a tanto. Ancora una volta il violino di Michele mi riportò alla realtà. Capivo che dovevo seguirlo. Arrivato in un’altra piazzetta, o “campo”, come le chiamano a Venezia, distinsi bene la sua silhouette, posta a lato di un lampione, così che la luce non lo inquadrava del tutto.
Accanto a lui, fuori dal fascio luminoso, delle sagome indistinguibili. «Vedi, Riccardo, qui con me ci sono le persone, i deportati di cui racconto nelle canzoni, ma in realtà parlo poco della deportazione; ho piuttosto provato ad incontrare queste persone nell’ora della loro vita, attraverso ciò che di essi si dice nelle cartelle cliniche. Vivo con loro, loro vivono con me, anche questa notte camminano con noi. Ecco Alice, la bambina, in realtà una donna di 58 anni a cui ho dato il nome della bambina di cui racconta Lewis Carroll. Una donna grande di corpo e dallo sguardo triste e dolce. Ogni piccolo pensiero la eccita; ecco Debora, profetessa nella Bibbia e donna, una rarità. La Debora di San Servolo è presaga e profetessa e già sente le voci dei morti nei corridoi la notte. È, inoltre, ossessionata dalle api. Il suo nome ebraico significa proprio “ape”; ecco San Sebastiano. Il suo supplizio: 26 elettroshock. La sua bocca è aperta come se volesse gridare ma il grido non esce mai; ecco Euridice che non riesce ad uscire dell’inferno; ecco anche una creatura di tenebra, quasi non la vedi nella notte: l’ho chiamato Torquemada, come l’inquisitore che cacciò tutti gli ebrei dalla Spagna; fu il direttore del manicomio all’epoca, lui l’unico vero folle, folle d’odio. Certamente San Servolo fu la sua Spagna e fece deportare tutti gli ebrei ricoverati sull’isola. Ma non fermiamoci qui, Riccardo; tanto loro ci seguiranno sempre, ci accompagneranno. Dobbiamo arrivare a San Servolo, camminiamo». Tutti insieme ci avviamo in una strana, misteriosa processione notturna: «Caminanti che no ga el camino / I ga da caminar [Camminanti senza cammino / Devono solo camminare]». Michele sembrava non stancarsi mai: lui davanti con il violino e io dietro con i miei pensieri. Accompagnati da questi personaggi che prima non conoscevo e ora erano con me e entrati prepotentemente in me.
Non avrei dovuto stupirmi che dopo un po’ fossimi finiti nella nebbia. In fondo Venezia è una città d’acqua. Arrivò improvvisa e avvolse tutto: i nostri piedi, le mani, entrava nei vestiti e pizzicava la nostra pelle. Eppure dovrei essere abituato alla nebbia. Io che arrivo da una città la cui fama si è costruita sulla “scighera” e su quello che essa nascondeva. Ma ormai a Milano la vera nebbia raramente si vede e quella che mi si parava davanti, qui a Venezia, mi pareva uguale a quelle dei pomeriggi autunnali degli anni ’70, in cui i tuoi passi erano guidati più dall’intuito di sapere dov’era casa tua, che dalla reale possibilità di vedere dove si stavano mettendi i piedi. Così non mi accorsi in quella nebbia così fitta, che ci eravamo fermati. E che la musica era ripresa. Ma io Michele non lo vedevo. Ero però conscio di sentire le vibrazioni del violino. Come se fossi io a suonarlo, e il mio mento e il mio collo sentissero le onde sonore propagarsi nel corpo. Sentivo ora di nuovo anche la chitarra di Marco, qualcosa ricominciai a vedere e vidi che tutti insieme i “caminanti” si erano messi a ballare una sorta di valzer! Ascoltando non mi resi conto di aver ripreso a camminare. Un pallido sole all’orizzonte stava dando il cambio alla nebbia.

E arrivando sulla Riva degli Schiavoni (finalmente un luogo a me conosciuto), di fianco al Palazzo Ducale, mi parve di vedere una finestra accesa e un canto venir fuori da lì: era l’inconfondibile voce di Gualtiero Bertelli! Il cerchio sembrava chiudersi, infine… Un canto in veneziano: le parole del nostro valzer! Una canzone che mi ricordava, per quello che capivo, il brano La Casa in riva al mare di Lucio Dalla. «Anna, te scrivo da l’isola / Stasera qua so’ tornà / Go visto la to finestra / No go avuo cuor de cantar [Anna, ti scrivo dall’isola / Sono ritornato questa sera / Ho visto la tua finestra / Ma non ho avuto il coraggio di cantare]. Questa canzone è una sorta di lettera immaginaria – racconta Michele – che immagino abbia scritto un uomo che fu un ricoverato esemplare, pur nelle condizioni tremende del manicomio: lucido e collaborativo, con il manifesto intento di potere un giorno essere dimesso. Viene, infatti, dichiarato guarito nel 1943 e lo mandano pure in gita a Venezia, nell’estate di quell’anno, in prova. Prova che supera brillantemente: il direttore stesso lo dichiara guarito, ma contestualmente segnala alla Prefettura di Venezia che il detenuto è di razza ebraica. Nell’arco di pochi mesi, viene di nuovo diagnosticato malato e trattenuto in manicomio. Si abbandona alla disperazione e nel settembre del 1944 viene sottoposto a ripetuti elettroshock e poi, fatalmente, deportato. La mia canzone è un valzerino gentile, di fronte a tanto orrore assurdo; è la lettera che immagino abbia scritto all’amata dopo la gita a Venezia: le dichiara il suo amore e le promette di rivederla per Natale. Noi sappiamo che non avverrà, ma la lettera è permeata di fiduciosa dolcezza: “Anna, no manca tanto / Mi lo so che altri tosi te zerca / Ma te prego non verzer la porta / Vedaremo i anei a Nadal” [Anna, non manca tanto / Io lo so che altri ragazzi ti cercano / Ma ti prego non aprire la porta / Ci scambieremo gli anelli a Natale».
Davanti all’imbarco di San Zaccaria, Michele si fermò. Capii che il nostro viaggio era terminato. Lui salì sul traghetto che l’avrebbe riportato a San Servolo. E silenziosamente, voltandosi, mi fece capire che solo seguendo lui e i “caminanti” che avevano camminato con noi fino all’alba avrei compreso fino in fondo il senso del nostro percorso. Non sarebbero servite più parole. E infatti rimanemmo silenziosi per tutta la traversata. Avvicinandomi all’isola, che per secoli fu il manicomio di Venezia, compresi che nulla poteva essere più adatto per rinchiudere la follia, di un’isola. Un luogo cinto da mura, come se fossero uno scafo, e adagiato in mezzo al mare, come una nave ancorata. Avrei avuto voglia di fare altre domande a Michele, ma capii che forse era inutile chiedere ancora. E trovai il coraggio di sbarcare.

