di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
Figlio e padre: un rapporto semplicemente complicato. Poi se il padre fa di nome Bob e porta come cognome acquisito quello di Dylan, il peso può essere enorme. Jacob ha sempre evitato di rispondere alle domande sull’ingombrante genitore, e gli possiamo dare ragione. Sta di fatto che anche lui, nei primi anni ‘90, ha deciso di intraprendere la carriera di songwriter. I confronti non possono essere fatti, per cui li accantoniamo. Per non sfruttare il nome paterno Jacob fonda i Wallflowers, quintetto che percorre le “strade” dell’alternative rock e del folk rock. L’esordio del gruppo, nel 1992, fa prevedere una buona carriera; ma è con l’uscita del secondo album, Bringing Down the Horse, che la band arriva al successo pieno. Jacob Dylan alla chitarra ritmica, Michael Ward a quella solista, Rami Jaffee all’Hammond B3 e pianoforte, Greg Richling al basso e Mario Calire alla batteria. Questa è la formazione, che grazie al contributo di vari ospiti (tra cui Leo LeBlanc alla pedal steel guitar e dobro) e alla produzione di un vero e proprio “monumento” come T-Bone Burnett, pubblica un piccolo gioiello di undici pezzi di grande spessore, che si rifanno alla roots music statunitense. Tra di loro spiccano i brani One Headlight, 6th Avenue Heartache, The Difference, Three Marlenas, Invisible City e Josephine.
Bringing Down the Horse
The Wallflowers
Interscope Records 1 cd 1996
