di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
In un luogo come la Cjargna (Carnia), gli elementi e le persone non sono disposte a caso: hanno una collocazione precisa. E non può essere che così. Non è un territorio facile. Montagne (aspre), boschi e valli sono i veri protagonisti assoluti. Gli abitanti di quei territori sono essenziali, misurati, a volte al limite di una ruvida diffidenza, essendo consci di essere portatori sani di una vera e autentica filosofia di vita, che gli ha permesso la convivenza serena tra gli elementi naturali. A tutto questo non si sottrae Luigi Maieron, solido musicista nativo della Carnia, e che di essa è esponente di spicco nella scena cantautoriale. Gianni Mura, parlando di lui, l’ha definito «un albero che canta». E le radici solide della sua terra Maieron le ha sempre messe nelle sue canzoni. Ora, dopo sette anni di silenzio, torna a pubblicare un nuovo disco, dove per la prima volta accantona (senza però farle sparire, visto che 3 brani su 12 sono cantati in friulano) le tradizioni musicali della sua terra, per una scrittura più ampia, legata al presente, a una consapevolezza matura, e ovviamente all’essenzialità della ricerca della parola. Come racconta Maieron ad Andrea Ioime sul sito de Il Friuli: «Quando apro bocca, lo faccio secondo il criterio della nostra terra: parlare poco e dire tutto, fare in modo che la parola abbia autenticità, sia legata all’esistenza e non solo un esercizio di stile». Dichiarazione che rispecchia a pieno il nuovo disco, dove l’utilizzo di una lingua ragionata e al servizio del significato del testo. I temi affrontati spaziano in ambiti diversi: la perdita, la nostalgia, il rapporto con la contemporaneità e con la politica, la fatica, la sconfitta, la lotta. Ad affiancare Maieron troviamo diversi validi musicisti, tra i quali Umberto Trombetta Gandhi (batteria, percussioni, Fender, direzione artistica e arrangiamenti), Mara Grion (violoncello), Rudy Fantin (Hammond), Stefano Natali (chitarra elettrica), Emiliano Visentini (basso elettrico), che contribuiscono ad accompagnare la sua voce “calda” attraverso sonorità folk rock meno legate alla tradizione, più “urbanizzate”.Ma forse basta seguire le parole di Luigi per capire meglio il senso del disco: «Ogni canzone è una piccola osteria dove fermarsi a bere un bicchiere insieme e scambiarci qualche opinione».
Non voglio quasi niente
Luigi Maieron
Appaloosa Records (Ird), 2018
