di Riccardo Santangelo
(pubblicato su amadeusonline.net – Speaker’s Corner)

Dieci anni di gestazione, perché, come dice lo stesso Peter Gabriel, «quando faccio un disco è come se restassi “incinto”». Dieci anni, in cui il musicista inglese ha fatto crescere la sua etichetta discografica Real World e ha portato avanti progetti legati al cinema e alla multimedialità. Un lasso di tempo eccezionale per qualsiasi artista, che a dispetto del music business, si è potuto permettere il rischio di essere dimenticato dai suoi stessi fans, che hanno però pazientemente atteso la pubblicazione di Up.
L’aspettativa non è stata delusa: Up è un disco “multistrato”, che a ogni nuovo ascolto porta a galla suoni, sensazioni, visioni differenti. Peter Gabriel non è solo un musicista, ma anche un sapiente sperimentatore di tecnologie; la ricerca di nuovi suoni e la manipolazione di essi si ritrovano in pieno in questo disco fin dalla copertina. Lo stesso musicista inglese ha spiegato, in un’intervista rilasciata a Serge Simonart (pubblicata da “Musica!” di Repubblica), che da vent’anni è ossessionato dalla “cimatica”, cioè l’influenza del suono sulla materia: «Sulla copertina di Up appare il mio volto ingrandito, piuttosto indistinto e poi riflesso in tante gocce d’acqua. Quelle gocce sono venute fuori da un tubicino cui era stato applicato un amplificatore, l’onda sonora trasforma l’acqua che scorre nel tubo in goccioline…».
Il percorso della vita è il filo conduttore di questo disco, in cui l’accento viene messo sulla fase iniziale e terminale di essa. L’apertura è affidata al brano Darkness, dove il primo suono che si percepisce può evocare il battito cardiaco di un feto, mentre il successivo irrompere della band dà voce al trauma del bambino che nasce. In questo pezzo le paure e le fantasie della fanciullezza vengono esplorate e gradatamente accettate; infatti al termine del pezzo ricompare il “battito fetale”, come a rievocare un ritorno alla normalità. Il brano successivo, Growing Up, prosegue nella metafora esistenziale e spinge l’ascoltatore a ragionare sulla natura fuggevole delle cose e sul tentativo dell’essere umano di trovare il proprio posto nella struttura dell’universo e della propria vita. Tutto il disco è però pervaso da un’intensità emotiva di forte impatto: si prenda come esempio il brano I Grieve (uno dei più riusciti), in cui l’acutezza del dolore per la perdita di una persona cara e il modo in cui esso si supera, vengono affrontati con toni delicati e consolatori. Questi sentimenti sono delineati in maniera magistrale dalla voce di Gabriel, che ha come supporto una sezione ritmica di livello eccezionale: Manu Katche (batteria), Ged Lynch, Will White, Stephen Hogue (percussioni), Tony Levin (basso). Stessa intensità si può rilevare in Signal To Noise, brano molto “lirico”, in cui il crescendo degli archi, la voce del compianto Nusrat Fateh Ali Khan e, ancora una volta, la ritmica trascinano l’ascoltatore in sonorità particolarmente affascinanti.
Per ultimi vale la pena segnalare anche My Head Sounds Like That e The Drop: il primo è un brano introspettivo, che nelle sonorità ricorda molto la musica di John Lennon, soprattutto per l’uso del pianoforte. Mentre il secondo brano fa pensare a una piccola ninna nanna, che mette in risalto i pensieri di una persona che sta viaggiando in aereo e guarda giù cercando d’immaginare cosa ci sia oltre le nuvole. Un solo piccolo neo si può infine riscontrare in questo intensissimo ultimo lavoro di Peter Gabriel: tranne che per The Drop, tutti i brani superano i sei minuti di lunghezza, durata che a volte pare eccessiva per lo sviluppo del pezzo e che può far perdere di efficacia la trama sonora. Sensazione avvertita anche durante i due concerti che l’artista ha tenuto a Milano per la presentazione del disco

Up
Peter Gabriel

Virgin Records, 2002