di Riccardo Santangelo
(pubblicato su amadeusonline.net – Speaker’s Corner)
Conoscete Jeff Buckley? Il Jeff Buckley di Grace e non quello degli album postumi? Ecco, la voce calma e limpida di Nicolas Leroux (cantante, chitarrista e tastierista degli Overhead) ricorda molto quella del musicista statunitense, che quasi dieci anni fa aveva entusiasmato la critica con il suo album di debutto.
Ma Silent Witness va un po’ oltre la lezione del primo album di Buckley: prende spunto da essa e la lega alla musica d’atmosfera, creando un sound meno legato al rock, che sfiora il pop d’avanguardia e sofisticato dei Radiohead.
Anche per gli Overhead, questo è l’album d’esordio (datato 2002); accolto bene dalla ‘critica’, che però l’ha poco supportato, forse a causa della sua inadeguatezza ai passaggi radiofonici, oppure perché Nicolas Leroux non si presenta “giovane e ribelle” come era Jeff Buckley. Ma Silent Witness è un ottimo disco, che porta alla ribalta una formazione di eccelenti musicisti.
Overhead è il nome dato ai microfoni posizionati sopra le percussioni negli studi di registrazione per apprezzare meglio l’atmosfera nel suo insieme. Ed è proprio sulle atmosfere suggestive e rarefatte che la band francese (formata dal già citato Nicolas Leroux, con Alexandre Destrez, J. Claude Kebaïli e Christophe Demaret) incentra tutto l’album.
L’accostamento Leroux-Buckley si rivela subito dallo splendido Innerself, brano intimistico, in cui la voce del cantante francese ha modo di presentarsi al meglio. I dieci brani che seguono sembrano composti per altrettanti piccoli film, collegati tra di loro dall’universo intimo del narratore. Musicalmente si passa dalle suggestioni anni Settanta evocate dai suoni distorti delle chitarre, presenti in brani come Let us be o Monkey for the people, alle sonorità da cortometraggio di You call it love e The Sky Lit Up.
Silent Witness
Overhead
Naïve Records, 2002
