di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus)
Se si scorre la storia della musica folk statunitense del XX secolo Woody Guthrie certamente è una delle figure fondamentali. Songwriters, scrittore e poeta, ha legato la sua vita alla cronaca “in musica” dell’America degli anni ’30 e ’40, divenendo importante per la cultura del suo paese (e no solo) al pari di scrittori come Mark Twain, Walt Whitman e John Steinbeck.
Protagonista di una vita difficile e piena di guai, Guthrie fu il cantore della cultura proletaria, di quelle classi sociali diseredate e sfruttate, che attraverso le lotte sindacali si opponevano ai meccanismi capitalistici che negavano ai lavoratori i più elementari diritti. Le sue opere rappresentano «il punto più alto, la sintesi massima a cui sia giunta la cultura operaia e contadina in America», come afferma Alessandro Portelli, il maggior esperto di Guthrie in Italia.
Nato il 14 luglio 1912 a Okemah, una piccola cittadina dell’Oklahoma, Woodrow Wilson Guthrie, soprannominato “Woody”, cresce in una famiglia del ceto medio ben inserita nel benessere sociale ed economico che ad Okemah era arrivato con la scoperta dei giacimenti di petrolio. Ma con l’esaurirsi dell’“oro nero” la fortuna della cittadina e dei Guthrie svanisce: in breve tempo Woody assiste al tracollo finanziario della famiglia, all’incendio della casa, alla morte della sorella Clara per lo scoppio di un fornello a gas, all’aggravarsi della malattia della madre (il morbo di Huntington che la porterà al decesso e che sarà la causa della morte dello stesso Woody) e infine alla scomparsa del padre, anche lui divorato da fuoco di una lampada a petrolio.
Così il giovane Guthrie inizia a vagabondare per gli Stati Uniti venendo in contatto con il mondo degli hobos, fatto di persone disperate che si muovevano clandestinamente a bordo dei treni merci alla ricerca di un posto dove poter lavorare. In questo pellegrinare Woody impara a suonare l’armonica, la chitarra e il mandolino. Trasferitosi in California nel 1937 ben presto si trovò a fare i conti in prima persona con proprietari terrieri e industriali pronti a sfruttare e ad ammazzare i lavoratori che non ubbidivano alle proprie leggi. In questo periodo scrive alcune delle sue canzoni più incisive, che raccontano la vita della gente, le lotte dei lavoratori e i loro scioperi, sempre più spesso soffocati nel sangue.
In breve tempo Guthrie diviene il cantore delle lotte politiche degli anni ’30, legandosi spesso ai sindacati e al nascente partito comunista americano. Nel 1940 si trasferisce a NewYork dove viene in contatto con Alan Lomax, con cui incide diversi documenti sonori per la Biblioteca del Congresso.
Negli anni successivi collabora con musicisti folk come Cisco Houston e Pete Seeger e blues come Leadbelly e Sonny Terry, incide le Dust Bowl Ballads (disco che influenzerà tutte le generazioni successive di songwriters), compone il suo brano più conosciuto This Land Is Your Land e scrive il libro autobiografico Bound of Glory. Con il suo fidato compagno Cisco Houston partecipa alla Seconda Guerra Mondiale imbarcato nella marina mercantile e alla fine del conflitto riprende la sua carriera di musicista, ma alla fine degli anni ’40 Woody inizia ad avere più spesso improvvise depressioni, violenti scatti d’umore e difficoltà di concentrazione, solo nel 1956 gli verrà diagnosticato il morbo di Huntington (malattia celebrale che porta lentamente a perdere il controllo muscolare del proprio corpo e a non riuscire più a parlare correttamente). Ricoverato in ospedale alla fine dello stesso anno, Guthrie muore al Creedmoor State Hospital nel Queens (New York) il 3 ottobre 1967.
A quarant’anni dalla sua scomparsa la lezione del songwriter statunitense sembra così lontana da tramontare, pur non essendo più palesamente evidente nelle nuove produzioni. A lui si sono rifatti nei decenni successivi artisti come Bob Dylan (nella prima parte della sua carriera), Phil Ochs, Tom Paxton, Ani DiFranco, Billy Bragg e i Wilco (che qualche anno fa hanno musicato alcuni testi inediti di Guthrie) e Bruce Springsteen, che con i suoi ultimi dischi sembra essere diventato un “novello Woody”, pur elaborato in modo personale lo stile.
Per comprendere a pieno la poetica di Guthrie bisogna sicuramente spostare il proprio metro di valutazione su un piano diverso: lui è un poeta popolare per cui gli strumenti critici con cui si possono analizzare le sue canzoni non devono essere quelli che si usano per gli scrittori più “colti”. Infatti la sua vena compositiva arriva direttamente dalla strada e dalla gente comune, perché con essa Woody ha condiviso molta parte della propria vita, non solo indignandosi per la loro sorte (come fecero molti intellettuali dell’epoca), ma spartendo con loro lotte e miserie. Ma Guthrie ha sempre rifiutato l’etichetta di poeta: «Forse vi hanno insegnato a chiamare me col nome di poeta, ma io non sono più poeta di quanto non lo siate voi. […] La sola storia che ho cercato di scrivere siete voi. […] Voi siete il poeta e il vostro parlare di ogni giorno è la nostra migliore poesia».
Se può sembrare irrispettoso accostare l’arte creativa di un songwriter a quella di più “colti” scrittori, si legano le parole che John Steinbeck scriveva nel 1943 a proposito di Guthrie, riconoscendo al songwriters statunitense un valore culturale e sociale, che fino ad allora non era mai stato riconosciuto a un “cantastorie”. «Woody è Woody e basta. […] Canta le canzoni di un popolo, e io sospetto che, in un certo senso, lui sia quel popolo. […] Non c’è niente di dolce in Woody, e niente di dolce nelle canzoni che canta. Ma c’è qualcosa di più importante per chi è disposto ad ascoltare. C’è la volontà di un popolo di resistere e di lottare contro l’oppressione. Credo che questo sia ciò che chiamiamo lo Spirito Americano». Un giudizio sicuramente lusinghiero che però ha fatto nascere le premesse per un’alterazione dell’opera di Woody, vista come integrata in quei valori americani che permettono a tutti di esprimere le proprie ragioni, dimenticando che in essa vengono raccontate le miserie e le cronache di una classe lavoratrice sfruttata e schiacciata. Questa valutazione distorta ancora oggi condiziona in parte la figura del songwriter statunitense, che ancora prima dello spirito americano ha voluto cantare le disavventure e le sorti delle masse operaie e contadine di quegli anni, condividendo con loro i momenti di lotta e usando gli stessi strumenti espressivi che loro usavano.
INTERVISTA A ALESSANDRO PORTELLI
Per capire meglio l’importanza culturale di Woody Guthrie abbiamo intervistato Alessandro Portelli, professore di anglistica all’Università La Sapienza di Roma e maggiore esperto del songwriter statunitense.
Professor Portelli, cosa resta oggi dell’eredità di Guthrie?
«Basta pensare agli ultimi lavori di Bruce Springsteen e al fatto che ha generato una discendenza di artisti, a partire da Pete Seeger per poi arrivare a tutti quelli del folk revival degli anni ’60. Con i suoi lavori ha restituito presenza storica alla musica popolare, al punto che oggi vediamo uno come Springsteen incidere materiale che appartiene all’universo linguistico e simbolico di Guthrie».
Quale sono le caratteristiche della sua poetica?
«Le caratteristiche più interessanti sono da un lato l’ironia, cioè la capacità di ricondurre le cose alla loro giusta misura (che poi è il tono della gran parte delle Dust Bowl Ballads), dall’altro una fortissima capacità di parlare con la voce degli emarginati e degli sfruttati, e soprattutto di cogliere le qualità del linguaggio ordinario e quotidiano, quello della gente comune».
La lingua utilizzata nella sua produzione come è mutata nel corso della carriera?
«Guthrie ha frequentato regolarmente le scuole, e a quello che aveva imparato, grazie al suo orecchio straordinario, ha saputo aggiungere il linguaggio della strada, dei treni e del lavoro. Dopo di che, soprattutto a partire da metà degli anni ’40, è diventato ancora più consapevole dei rapporti con la letteratura, cioè è riuscito a cogliere in artisti che vanno da Rabelais a Robert Burns, da James Joyce a Walt Whitman, quegli elementi di performance di composizione in atto, dello scardinamento della sintassi scolastica, che hanno dato vita anche alle sue poesie e ai romanzi».
Quanto ha attinto dalla tradizione popolare e quanto è riuscito a cambiarla?
«Essenzialmente tutto: nel senso che era un ascoltatore vorace di ogni genere di musica e soprattutto di quel genere che è a cavallo tra la tradizione orale e la nascente country music. Quindi si richiama formalmente a figure come Jimmie Rodgers e la Carter Family. Io credo che soprattutto dalla cultura popolare abbia recuperato i procedimenti creativi, cioè una costruzione per osmosi, una pratica del riuso di materiali verbali e musicali, un senso della conoscenza culturale come processo collettivo».
Oltre Dylan e Springsteen, quali altri artisti ne hanno raccolto il testimone?
«In primo luogo ovviamente Pete Seeger, essendo la figura che più di ogni altro lo prosegue. Dylan per un certo tempo e Springsteen ci sta arrivando, ma quello che con più coerenza ha continuato il lavoro di Guthrie è Seeger. Invece nell’ultima generazione d’artisti possiamo citare Ani DiFranco, che ha inciso qualche anno fa un album tributo».



