di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
Un palco poco illuminato nel Greenwich Village a New York. Una chitarra acustica a tracolla e un pugno di canzoni che parevano fuori dal tempo nell’America reaganiana. La carriera di Tracy Chapman ebbe inizio così: davanti a un piccolo pubblico e a Brian Koppelman (figlio del produttore della casa discografica indipendente Sbk) che, folgorato dalla sua voce particolare e da quelle canzoni, la porta dal padre che le permette di registrare il suo primo album. La formazione personale di Tracy arrivava da lontano. Frequentando la Wooster Scholl (una scuola privata progressista) a Danbury, nel Connecticut, venne in contatto con un gruppo di insegnanti e studenti molto impegnati sul fronte politico e sociale. In quel contesto iniziò a comporre alcune canzoni, ma è con la frequentazione della Tufts University (dove studia e si laurea in antropologia), che le tematiche delle sue canzoni iniziarono a orientarsi verso la situazione degli afroamericani. Da qui nascono i brani scarni e diretti del suo primo album. Le descriminazioni dei più deboli (donne, bambini, afroamericani, immigrati) sono le tematiche affrontate. Così canzoni come Talkin’ ‘bout a Revolution, Fast Car, Baby Can I Hold You, diventano da subito popolari in tutto il mondo, facendo vendere all’album oltre 20 milioni di copie.
Tracy Chapman
Tracy Chapman
Elektra Records, 1988
