di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
Quelle scarpe rosse che escono dalla bara dorata. Lucide di un rosso acceso e con il tacco. Le gambe incrociate come se stesse solo riposando. E poi un funerale che è più una festa che un rito mortuario. Tutti a rendere omaggio lei, Aretha Franklin, la “regina del soul”. Una regina che se n’è andata il 16 agosto scorso, senza deporre la “corona”, senza eredi.
Nata a Memphis nel 1942, dopo l’abbandono da parte della madre, si trasferì con le sorelle a Detroit. Centrale nella sua formazione fu il padre, il reverendo battista Clarence LaVaughn Franklin, conosciuto anche come “Million Dollar Voice”, per la sua capacità attrarre i fedeli. Fu proprio seguendo il padre che incominciò a cantare gospel in giro per gli Stati Uniti. A metà degli anni ’50 l’industria musicale era sempre a caccia di talenti e Aretha faceva al caso loro. Ma l’impostazione pop che i produttori le imposero non permisero di farsi conoscere al meglio, e le sue prime incisioni non furono un successo. La chiave di volta arrivò nel 1967. Passata sotto contratto con l’Atlantic le venne permesso di orientare il proprio repertorio verso il rhythm’n’blues e il soul (anche grazie ai produttori Jerry Wexler e Arif Mardin).
Fu proprio l’incisione in quell’anno del brano Respect (scritto e registrato precedentemente da Otis Redding) che portò Aretha al successo. In pieno periodo di contestazione e battaglie razziali, il brano divenne un inno di emancipazione, e lei sfruttò a pieno questo aspetto, divenendo da allora una delle figure fondamentali nell’impegno politico e culturale degli afroamericani. Riassumere più di 60 anni di carriera, sempre in vetta alle classifiche, non è facile. Ma possiamo dire che: ha ottenuto 44 candidature ai Grammy Awards, vincendone 21; è stata la prima artista donna a entrare nella Rock & Roll Hall of Fame (nel 1987); per la rivista Rolling Stone (quella statunitense) è al quinto posto tra i 100 artisti più grandi nella storia della musica (prima tra le donne). Tra musica e impegno politico è stata una grande interprete, l’ultima di una stagione straordinaria. «Nessuno incarna meglio la connessione tra lo spirituale afro-americano, il blues, il rhythm’n’blues, il rock’n’roll, e il modo in cui la sofferenza e il dolore sono stati trasformati in qualcosa pieno di bellezza, vitalità e speranza»: parola del Presidente Obama.
