di Riccardo Santangelo

Basterebbe anche solo far notare che è l’unico musicista italiano, e uno dei pochissimi europei, ad aver suonato e registrato più volte al “Village Vanguard” di New York, uno degli storici locali del jazz mondiale. Ma Enrico Pieranunzi è molto di più. Nella sua carriera ha registrato più di 70 dischi in solo, in duo, trio e quintetto, collaborando sul palco e nelle sale di incisoni con Chet Baker, Lee Konitz, Paul Motian, Charlie Haden, Chris Potter, Marc Johnson, Joey Baron, per citarne solo alcuni; affiancandoli non in veste di accompagnatore ma di co-protagonista. Molto apprezzata è anche la sua carriera compositiva, e di ricercatore e interprete di musiche che esulano dal contesto jazzistico. Molto apprezzato nel mondo musicale internazionale che parecchie sue composizioni sono diventate veri e propri standard suonati e registrati da musicisti di tutto il mondo, tra queste possiamo ricordare “Night Bird”, “Don’t forget the poet”, “Les Amants”, “Fellini’s Waltz”, “Je ne sais quoi”, “Trasnoche”, “Coralie”.

Come la totalità degli artisti, che hanno visto fermarsi la propria attività per il lockdown di questi mesi, anche Pieranunzi ha dovuto ripensare alla “forma concerto”. Così insieme ai suoi collaboratori ha fissato quattro appuntamenti in home concerts, per altre tanti concerti. Le date fissate saranno il 20 e 27 maggio e il 3 e 10 giugno (sempre alle ore 18,30) ; in programma quattro diversi repertori: ‘plays Scarlatti’, ‘Fellini Jazz’, ‘My Songs’ e ‘New Songs’. Per l’occasione verrà costruito un vero e proprio set, all’interno dell’abitazione di Pieranunzi, con riprese audio e video professionali. La visione degli eventi sarà a pagamento, € 3,99 per il singolo concerto, €14 per l’abbonamento ai 4 concerti, e si potrà assistere siti www.internationalmusic.it e www.enricopieranunzi.com.
Anche se non è il primo a cercare di sfruttare in modo adeguato il mezzo tecnologico, ma l’abbiamo raggiunto per capire meglio la scecificità del progetto.

Come ti è venuta l’idea degli Home Concerts?
«In realtà è stata un’idea della mia agenzia, la Imarts, International Music and Arts. Da inizio marzo tutti i concerti o eventi da loro organizzati – compresi i miei evidentemente – sono stati cancellati causa coronavirus, confinamento ecc., con le conseguenze che tutti possiamo facilmente immaginare. La mia agenzia ha pensato allora di acquistare un “pezzetto” di una banda – in altri termini di acquistare l’uso di una piattaforma – e di dar vita a questa serie di quattro concerti live in streaming (spero di aver riferito il tutto in maniera corretta, la terminologia informatica non è il mio forte). L’idea m’è piaciuta molto e stiamo per partire».


I quattro concerti saranno dedicati a altrettanti temi, da cosa è dettata la scelta? E quanto dureranno i concerti?

«I concerti dureranno 75 minuti, la durata base più o meno di un concerto normale. Ho deciso di presentare musiche che potessero interessare un pubblico più ampio possibile. Si muovono in questa direzione. In particolare il primo e terzo appuntamento: “Plays Scarlatti”, che è un programma crossover, mix di classica e jazz, e “Fellinijazz”, che intende celebrare tra l’altro il centenario della nascita del grande regista. In questo concerto proporrò mie versioni dei temi di Nino Rota scritti per i film più noti di Fellini come “I Vitelloni”, “La dolce vita” “Amarcord” ecc.»

Al contrario dei concerti di altri artisti, molto casalinghi e a volte caserecci, che si sono visti in questi mesi di lockdown, i tuoi saranno supportati da un vero e proprio set con riprese audio e video professionali. Da questa scelta è scaturita la decisione di far pagare la visione del concerto? Oppure c’è una scelta diversa? Magari dettata dalla convinzione che la cultura si paga.
«Sicuramente quest’ultima ragione ha svolto un ruolo importante nella decisione di mettere un biglietto (peraltro a un prezzo praticamente simbolico, di 4 €). Per musicisti, attori e artisti in genere far accettare l’idea che la loro attività sia un lavoro, e che quindi come tale va remunerato, è sempre stato ed è sempre più complicato. Ribadirlo in maniera direi gentile, come in questo caso, mi sembra giusto. Non a caso la comunicazione e la diffusione per questi Home Concerts ha insistito sulla parola “Concerts”. Saranno concerti veri e propri, che si differenziano evidentemente da un’esibizione estemporanea via web, per quanto simpatica e riuscita.

Se i tempi di ripresa della vita culturale “dal vivo” fossero ancora lunghi, pensi che le performance online possano diventare una nuova prospettiva per i concerti? E quanto pubblico sarà disposto a seguirla?
«Intanto spero che il periodo di astinenza dal live tradizionale duri meno possibile, anche se non si vede granché all’orizzonte. Questi live streaming sono in un certo senso pionieristici e sperimentali. Mi auguro naturalmente che il pubblico virtuale che li vorrà seguire sia numeroso. C’è anche da considerare che queste dirette streaming non sono semplici ad organizzarsi sul piano tecnico. Quindi se la ripresa tardasse e se questo tipo di concerto prendesse piede è possibile che si verifichi un’evoluzione tecnologica utile a renderli meno macchinosi e a diffonderli di più. Vedremo. In questo momento prevedere quanto pubblico si possa avere è molto difficile. Bisogna aspettare. Ormai purtroppo abbiamo imparato a farlo…».

Da quanto si apprende sei molto popolare sulle piattaforme di streaming digitale, a cosa pensi sia dovuto?
«Me lo sono chiesto anch’io… Scherzi a parte, ci sono, credo, varie ragioni. La prima è sicuramente il lavoro dei responsabili delle varie case discografiche per cui ho inciso, che hanno saputo evidentemente muoversi bene riguardo alle playlist, elemento chiave per questo tipo di diffusione (in Spotify, soprattutto). Poi penso c’entri l’eterogeneità della mia “offerta”. Ho sempre cercato di seguire, soprattutto sul piano compositivo, una mia strada personale ed eclettica, di “stretchare” al massimo il mio vocabolario musicale jazzistico, con escursioni in molte direzioni (musica mediterranea, jazz vocale, crossover, jazz più “classico”). Poi ci metterei l’abbondanza e la frequenza delle pubblicazioni, aspetto che piace a chi segue la tua musica sulle piattaforme perché le novità sono gradite, aumentano la tua presenza, e contribuiscono ad allargare il tuo pubblico verso persone che solitamente sono dedite ad altri ascolti».

Il comparto dello spettacolo e culturale èuno di quelli più colpiti da questa emergenza pandemica, quale è la tua opinione a riguardo? Come pensi si stia muovendo il governo e la politica nazionale per risolvere il problema?
«Finora, all’interno dai limiti posti dall’emergenza, credo si sia agito abbastanza bene. Il problema è che in un quadro in cui tanti altri settori della vita nazionale hanno ricevuto colpi pesantissimi – scuola, agricoltura, turismo – i problemi della cultura rischiano di trovarsi non tra le priorità da risolvere. Senza dimenticare che già prima del coronavirus c’era una tendenza non solo italiana ma internazionale a ridurre il sostegno alle attività culturali… Il problema vero però è il futuro delle nostre attività, l’incertezza che lo avvolge».

Dopo i quattro concerti in streaming, cosa stai progettando?
«Ho alcuni progetti discografici, tra cui un omaggio a Bill Evans (è il quarantennale della sua scomparsa) in duo con Thomas Fonnesbaeck, grande contrabbassista danese. E, ancora dedicato a Evans, un progetto live con Stefano Cantini e testi scritti da Maurizio Franco. Ci sono poi alcuni CD già quasi pronti alla pubblicazione tra cui uno per la Abeat che si intitola –il titolo è diventato involontariamente ironico – “Time’s Passage”. Qui suonano con me Luca Bulgarelli, André Ceccarelli e come ospiti speciali ci sono la bravissima cantante Simona Severini e il grande Andrea Dulbecco al vibrafono. E poi continuo a cercare di scrivere nuovi brani. Alcuni li eseguirò nell’ultimo dei miei quattro Home Concerts, che ho intitolato appunto “New Songs”. Con la speranza di suonarli in un futuro non lontano anche in un teatro o in un jazz club…».