di Riccardo Santangelo
(pubblicato su amadeusonline.net)

Non sarò il primo ad affermare che meglio d’altri i jazzisti sono i musicisti ideali per leggere, rileggere, scomporre e rivedere la musica; che essa sia legata al mondo classico oppure a quello più “popular”. Questo succede un po’ per la natura del genere che praticano, che per definizione si coniuga bene con il concetto di “improvvisazione”, un po’ perché meglio di altri generi ha saputo aprirsi ai “mondi” a lui prossimi. Insomma il jazz è onnivoro, nel sapersi “cibare” e ispirarsi alle altre forme musicali.
In questo ambito Stefano Bollani è maestro, facendo della sua facilità di malleare qualsiasi “creta sonora” in suoni d’impatto, sia che essi giungano dai “colti” Verdi e Gershwin, che dai “popolari” autori brasiliani (per fare solo dei piccoli esempi). Così ad ascoltare il suo trentesimo cd pubblicato non mi è sembrato strano trovare il pianista italiano alle prese con la musica di Frank Zappa, compositore che ha saputo percorrere la seconda parte del XX secolo in modo brillantemente creativo, essendo anche lui un visionario onnivoro.
In verità Sheik Yer Zappa (titolo ispirato a Sheik Yerbuti, disco del 1979 di Frank) è la trasposizione su disco di una serie di concerti tenutosi nel 2011, in cui Bollani rileggeva brani di Zappa alternandoli a improvvisazioni, e si faceva accompagnare da grandi musicisti come Jason Adasiewicz (vibrafono), Josh Roseman (trombone), Larry Grenadier (contrabbasso) e Jim Black (batteria). Formazione non tutto inusuale per reinterpretare il mondo zappiano, che lo stesso Bollani ci spiega in questa brevissima intervista che ci ha concesso tra un impegno e l’altro.

A cosa si è legata la scelta dei brani di Zappa da reinterpretare?
«Ho pescato dalla mia memoria di antico zappiano i brani che mi stuzzicavano di più. Ho scoperto la sua musica a 17 anni e per me fu un vero e proprio shock».

L’alternanza di brani di Zappa e improvvisazioni tue segue un filo conduttore preciso?
«Assolutamente no. Insieme al mio fonico Roberto Lioli abbiamo costruito un “concerto ideale” pescando da un tour di 8 date che avevamo tenuto nel 2011. Due di quei tre brani sono pure improvvisazioni cui ho dato un titolo solo in un secondo tempo».

Nella scelta degli arrangiamenti hai seguito un criterio musicale particolare?
«Quello che seguo abitualmente quando mi invento un nuovo gruppo: lasciare più libertà possibile ai musicisti con cui ho scelto di suonare».

La composizione della strumentazione del quintetto e dei musicisti è stata dettata da scelte legate al repertorio zappiano oppure da altro?
«Trombone e vibrafono li volevo fortemente, ammetto. Per la loro presenza in molti dei dischi di Zappa che ho amato di più».