di Riccardo Santangelo

Di certo il cognome Pieranunzi non è sconosciuto nel mondo della musica che conta. Due fratelli (Enrico e Gabriele), due strumenti differenti (uno il pianoforte l’altro il violino), due generi musicali che apparentemente si contrastano (il jazz e la classica), ma che a voler vedere bene trovano punti d’incontro inaspettati, sulla spinta del secolo passato e delle nuove generazioni. Gabriele Pieranunzi in un’intervista a Federico Capitoni pubblicata nel 2014 su Amadeus, racconta: «I miei studi si sono diretti immediatamente verso la classica, è stato proprio mio fratello a indirizzarmi al violino. Per il jazz non avevo una predisposizione particolare, ma non è una cosa che ho escluso a priori». Ma a parte questo, entrambi tengono salde le proprie carriere nei generi d’appartenenza.
Gabriele è uno dei più affermati violinisti italiani, un solista di eccezione, e dal 2004 primo violino di spalla dell’Orchestra del Teatro San Carlo di Napoli. Ha inciso diversi dischi interpretando musiche di Mendelssohn, Weill, Stravinsky, Milhaud, Mozart, Brahms, Faurè. Le ultime incisioni che lo vedono protagonista sono dedicate a Ernest Chausson (poco conosciuto compositore francese della seconda parte dell’800) e un live del 1999 in cui esegue musiche di Mozart e Schumann, all’interno di un quartetto eccezionale, composto da lui, Rocco Filippini, Alfons Kontarsky e Francesco Fiore: «[…] mi trovo in una stagione della vita nella quale mi è venuta una gran voglia di registrare, provare a lasciare delle tracce di me». Così ci ha confessato Gabriele Pieranunzi a conclusione di quest’intervista.

Se posso permettermi iniziamo dal disco dedicato a Ernest Chausson, autore poco conosciuto dal pubblico italiano. Come mai questa scelta?
«La scelta è caduta su Ernest Chausson principalmente per due ragioni. La prima è che desideravo da molto tempo poter suonare e registrare il Concerto per violino, pianoforte e quartetto d’archi op. 21 che per me è davvero un capolavoro che miscela mirabilmente la scrittura solistica e quella cameristica.
Il secondo motivo è che si tratta di un compositore che va assolutamente riscoperto, se cosi si può dire. È entrato nell’immaginario popolare per il celebre Poeme per violino e orchestra, ma senz’altro, anche se non è stato tra i compositori più fertili, mi è sembrato assolutamente giusto ridare luce a pagine davvero di rara bellezza ma a volte incomprensibilmente accontonate.
Trovo altresi doveroso da parte di noi musicisti fare un lavoro di ricerca affinchè si trovi il modo di valorizzare o rivalorizzare brani che per una ragione o per l’altra sono un po’ scomparsi dal repertorio e assumere il ruolo, oltre che di musicisti, anche di divulgatori. Trovo sia quasi un dovere morale e una necessità, in un momento in cui risulta molto difficile reperire pubblico».

Chausson ha vissuto in un’epoca di grande cambiamento musicale e storico, e si può dire che la sua opera si colloca vicino al classicismo romantico di Debussy, Franck e Saint-Saëns, ma anche a Wagner (di cui era grande estimatore), nel repertorio scelto per il cd queste due anime sono evidenti?
«Ernest Chausson viene considerato un compositore post-romantico. Nei brani scelti per questo CD le influenze di Cesar Franck (peraltro anche suo insegnante) e di Richard Wagner, di cui era un grande ammiratore, sono estremamente evidenti. Ci sono anche tracce di musica barocca, soprattutto nel Secondo movimento (Siciliana) del Concerto per violino, pianoforte e quartetto d’archi. A proposito delle influenze di Franck, nel Primo Movimento di questo Concerto, nella cadenza, troviamo quasi uno stralcio dalla celebre Sonata per violino e pianoforte dello stesso Franck. Il primo e il quarto movimento subiscono di più le influenze wagneriane, che si evidenziano proprio nella grandiosità dei movimenti. Per quanto concerne il quartetto d’archi, terminato da Vincent D’Indy poiche Chausson morì prematuramente causa una banale incidente in bicicletta, per sua stessa ammissione si rifaceva di più alla lezione beethoveniana, sempre presente nella maggior parte dei compositori. La devozione della stragrande maggioranza dei compositori tutti verso Beethoven, la trovo davvero commovente. Mi fa piacere ricordarlo in questo anno di celebrazioni che purtroppo, causa quel che sappiamo , non hanno potuto essere festeggiate come sarebbe stato giusto. Curioso, affascinante ed intrigante, inoltre, che Chausson dedico’ entrambi i brani a celebri violinisti, quali Eugene Ysaye (Concerto per violino, pianoforte e quartetto d’archi) e Manuel Crickboom (Quartetto per archi)».

Che caratteristiche hanno le due composizioni presentate? Il concerto op. 21 poi ha un organico un po’ particolare: due solisti e un quartetto…
«È vero, il Concerto per violino, pianoforte e quartetto d’archi è una delle pochissime opere, con i precedenti doppi di Haydn e di Mendelssohn sempre per violino, pianoforte e archi e il successivo Kammerkonzert di Berg per violino, pianoforte e fiati, con questa idea di formazione, ossia il doppio solista, appunto, e un ensemble da camera. Ovvio che la matrice sia sempre il quartetto d’archi. A esempio, come il doppio di Mendelssohn puòessere ridotto anche per quartetto, a sua volta il doppio di Chausson essere allargato a orchestra d’archi. La caratteristica principale è la vera interazione tra tutti gli strumenti, a turno tutti solisti e tutti cameristi nel senso vero del termine, senza mai una vera prevaricazione dell’uno o dell’altro.
Per quanto concerne il quartetto, nasce sulla falsariga dei quartetti classici (Beethoven in primis, come gia’ detto). Purtroppo Chausson non riusci a finirlo, e venne terminato da Vincent D’Indy, che lo chiuse con un finale Piùttosto brillante. Facendoci attenzione, direi che in filigrana ci si possono trovare alcune caratteristiche tipiche dell’intimita’ brahmsiana, oltre che influenze anche di Debussy, del quale Chausson era un ammiratore».

Gabriele Pieranunzi insieme a Jin Ju e ai componenti del quartetto Philarmonia Chamber Players.

In questo disco tu suoni insieme a musicisti provenienti da diversi paesi, come è stato confrontarsi con essi e hai trovato differenze tecniche di preparazione?
«Confrontarsi con musicisti di diversi paesi è sempre molto stimolante, un arricchimento, direi. Mai come in questo caso, tra l’altro, poichè il quartetto d’archi della Philharmonia di Londra è un vero melting pot essendo formato da un italiano (Fabrizio Falasca, primo violino) da una sudafricana (Sarah Oates, secondo violino), una giapponese (la violista Yukiko Ogura) e un francese (il cellista Eric Villeminey). Più che differenze di preparazione ho trovato differenze di mentalità, che sono le stesse che si possono riscontrare passando dal micro al macro, ossia da piccoli ensemble da camera a orchestre, volendo cogliere le differenze tra le orchestre italiane e inglesi, ossia: la loro preparazione per incontrarsi a suonare è gia perfetta e quindi, diciamo così, si tratta solo di mettere la ciliegina su una torta già ben fatta. In Italia, per mentalità, noi siamo abituati sempre al cosiddetto miracolo dell’ultimo momento, quindi si sistema tutto sempre alla fine. Inoltre, mi sento di poter dire che gli archi della Philharmonia hanno un suono talmente soffice e morbido, che risente della grande tradizione che è stata loro trasmessa dai Klemperer e dai Karajan in un glorioso passato. Suonare con loro è come stare tra due guanciali, ci si può permettere di arrivare a delle timbriche davvero vicine alla soglia della rarefazione. Se dovessi trovare due parole per definirli direi che sono incredibilmente efficienti. Probabilmente dipende dalla loro abitudine continua di suonare repertorio sinfonico, dove deve funzionare tutto e subito. Alla fine credo di poter dire che la vera diversità è questa, poiché è evidente che essendo noi un paese deputato all’opera lirica, è altrettanto chiaro che per assemblare tutti gli elementi ci voglia decisamente più tempo».

Passiamo al disco in cui sono eseguiti il Quartetto per pianoforte K. 478 di Mozart e il Quartetto per pianoforte op. 47 di Schumann. Perché quest’accostamento?
«L’accostamento Mozart – Schumann nasce casualmente. Al tempo, quando facemmo il concerto (nel lontanissimo 1999 presso il delizioso Oratorio del Caravita a Roma, per la stagione dei concerti del Gonfalone, storica società romana), che poi ho desiderato diventasse un CD ben 21 anni dopo (poi dirò il perché); decidemmo di comune accordo di inserire nel programma alcuni tra i più grandi capolavori della letteratura per pianoforte e archi. L’obiettivo era davvero di divertirsi nel senso più nobile del termine nel fare quella cosi grande musica tutti insieme. Mi fa piacere ricordare che all’interno di quella serata, che ricordo ancora con piacere, tanto da farmela sembrare presente, io insieme a Francesco Fiore e Rocco Filippini ci cimentammo anche nell’esecuzione del delizioso Trio n. 2 per archi di Franz Schubert».

Insieme a te sono protagonisti altri tre grandi nomi del concertismo, come vi siete ritrovati per l’incisione del disco?
«L’incontro tra noi quattro nacque da alcuni motivi concatenati l’un all’altro. Con l’amico e violista Francesco Fiore siamo di fatto cresciuti insieme, suoniamo da più di 35 anni. Credo sia uno dei sodalizi artistici più lunghi che ci siano. Per un lungo periodo sia io che Francesco portavamo avanti un programma che aveva come epicentro La Trota di Schubert con Canino, Filippini e Petracchi. E io suonavo da un po’ di tempo in duo con Alfons Kontarsky, facente parte del leggendario duo pianistico Kontarsky. Chi può dire di non avere mai ascoltato perlomeno una volta le Danze ungheresi di Brahms registrate dal duo Kontarsky? Ricordo l’eccitazione che io e Francesco avevamo sempre, all’epoca, collaborando con questi meravigliosi musicisti. In quel momento i giovani eravamo noi e quindi ogni occasione di concerto con costoro era fonte di enorme entusiasmo. Diciamo che nella specifica occasione ci fu una fortunata convergenza di elementi. Ho ritrovato dopo molti anni, a casa mia, la registrazione live di quel concerto e mi è sembrata talmente bella, sia come qualità della registrazione che come entusiasmo che ho avvertito nell’esecuzione, che l’ho immediatamente proposta alla nuova etichetta romana Aulicus Classics (che ha pubblicato anche lo Chausson di cui abbiamo parlato in precedenza) per una pubblicazione, sapendo che loro stavano creando una collana di LIVE. Ho quasi sentito il dovere morale di farlo, poiche si tratta di una testimonianza (essendo passati ben 21 anni) di un mondo che sta quasi andando a scomparire».

L’Italia e l’Europa stanno cercando di uscire da questo periodo di emergenza sanitaria, sociale e occupazionale; da musicista e operatore culturale come vede il futuro?
«Il futuro al momento lo percepisco in maniera molto nebulosa. Non riesco davvero a capire come in quale direzione ci stiamo muovendo, anche nel nostro specifico settore. A volte faccio cattivi pensieri, la paura che l’ordine precostituito delle cose spesso mi paralizza, ma voglio credere non sarà così. Riguardo al nostro settore, meglio fare qualche pensiero positivo, ossia, fino a un mese fa sembrava si dovesse suonare nel 2021, ora invece, seppur zoppicando, e con tante difficoltà, si riprende. Mi sembra però che ci si avvii sempre di più verso una società robotica e de-socializzata. In questa congiuntura non mi sembra che la cultura (non solo in Italia, ma in generale) sia ai primi posti. Credo che un ciascun paese si possa considerare civile partendo da 3 elementi, li menziono in ordine alfabetico: cultura, sanità, scuola. Ecco, sembrano proprio gli elementi mancanti, in questo determinata congiuntura storica. Ma ripeto, spero tanto di sbagliare. E spero che fra un po’ tutto ciò sia solo un brutto ricordo che i nostri figli leggeranno sui libri di scuola».

Progetti futuri?
«La domanda è connessa alla precedente. Non si riesce ancora ad avere una reale percezione di futuro e conseguenzialmente non si riesce a progettare. Eppure, qualcosina si muove. Nel prossimo mese di agosto sarò partecipe, insieme ad altri importanti colleghi, al Lerici Music Festival, invitato da Gianluca Marcianò, importante direttore d’orchestra nonche direttore artistico dell’Al Bustan Festival di Beirut. Quando ebbi modo di sentirlo (io e gli altri musicisti) alla fine di marzo, quando eravamo ancora in piena pandemia, lo avevamo preso simpaticamente per un visionario, poiche ci parlava di questo possibile festival da realizzare in agosto. Invece c’è riuscito. I fatti gli hanno dato ragione, e di questo io e gli altri musicisti gli siamo grati, perché l’invito al Festival in questo determinato momento, ha riacceso una luce dentro tutti noi.
Spero quindi che il tutto prima o poi si normalizzi per riprendere ad andare avanti con tutti i miei progetti (dal Settimino di Beethoven per le celebrazioni dello stesso, allo Chausson di cui abbiamo tanto parlato, al Quartetto per la fine del Tempo di Messiaen).
E poi mi trovo in una stagione della vita nella quale mi è venuta una gran voglia di registrare, provare a lasciare delle tracce di me. Probabilmente sarà anche l’età, non dico di no. E sarà mio dovere cercare di farlo riportando alla luce titoli di repertorio importanti, ma ingiustamente dimenticati».