di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus)
Mi piace pensare che al momento dell’ultimo respiro il “re” non fosse solo. Che almeno accanto a lui ci fosse qualcuno che fosse degno di confortarlo e che lo accompagnasse raccontandogli delle rive del Mississippi, dei campi di cotone arsi dal sole, delle folle che assistevano ai suoi concerti e dei brividi che può donare il blues. Così spero che accanto a lui ci fosse Lucille. Penso però che la realtà non sia stata questa, e intorno a quel letto di Las Vegas, in cui si spegneva il “re”, il 14 maggio scorso ci fossero solo cortigiani, ballerine e parenti, pronti a combattersi per spartirsi l’eredità terrena, perché quella artistica era già stata donata ai propri fan in circa 65 anni di carriera.
Riley B. King avrebbe compiuto 90 anni il prossimo 16 settembre. Nato in una piantagione di cotone vicino alla cittadina di Itta Bena (Mississippi) ebbe modo di imparare a cantare in chiesa e a suonare la chitarra da Bukka White, primo cugino di sua madre, che nel 1946 lo porterà a Memphis per iniziare una carriera strepitosa. Il suo primo ingaggio importante lo ottenne presso una radio proprio della città dello stato del Tennessee, e in quell’occasione gli venne affibbiato il soprannome di The Blues Boy from Beale Street (il ragazzo del blues di Beale Street), progressivamente semplificato in The Beale Street Blues Boy, Blues Boy e, finalmente, B.B.
Fu però dopo lo spostamento del 1949 a Los Angeles, alla corte del produttore Sam Phillips, che B. B. King cominciò a incidere e a farsi conoscere in tutti gli Stati Uniti come un chitarrista prodigioso. Raccontare in poche righe la sua vita è un’impresa epica, impossibile racchiudere la vita e la forza culturale di una leggenda, che ha vissuto a lungo ed è stata punto di riferimento per tutto l’universo della musica blues statunitense oltre, duettando con artisti come Eric Clapton, Van Morrison, Steve Winwood, Mark Knopfler e gli U2. Tra i musicisti è considerato l’iniziatore della tecnica del “vibrato” definita hummingbird (colibrì), in cui il dito compie piccoli movimenti “incrociando” la corda anziché seguirne la lunghezza. Ma non credo che il “re” abbia pensato alle sue vittorie trovandosi vicino alla morte. E ancora una volta mi piacerebbe pensare che Lucille, e solo lei, gli fosse accanto. Un ultimo momento in cui la sua fedele chitarra Gibson ES-355 custom (appunto “Lucille”) tornasse a sussurrargli le parole finali di The Thrill Is Gone: «You know I’m free, free now baby / I’m free from your spell / Oh I’m free, free, free now / I’m free from your spell / And now that it’s all over / All I can do is wish you well».
