di Riccardo Santangelo
In periodo di pandemia gli appelli si moltiplicano. Forse fin troppo, creando un surplus che a volte crea più caos che vantaggi. Molti però hanno una ragione valida per essere presi in considerazione. Quelli che più hanno presa sull’opinione pubblica riguardano gli aspetti di sopravvivenza, fisica ed economica. Se dopo diversi mesi di chiusura (quasi) totale di intere categorie lavorative, polemiche infinite, con sempre in primo piano il diktat di questo secolo (che poi è sempre esistito!): meglio la salute o il business, o che meglio si può tradurre in : salute vs. lavoro. Ecco si diceva dopo questo periodo alcune realtà lavorative vedono, anche se in modo stravolto, direttive per riprendere a produrre, e una luce (forse fievole) in fondo al tunnel.
L’unica realtà che per ora a visto rinviare l’apertura è quello del comparto dello spettacolo “dal vivo”. Così due settimana fa i direttori responsabili selle maggiori testate editoriali nel campo della musica classica (Amadeus, Classic Voice, L’Opera, Musica, Suonare News) hanno lanciato una raccolta firme (Lo spettacolo dal vivo deve ripartire) da consegnare al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, affinchè le stesse misure di sicurezza che saranno adottate per il turismo nella fase 2, possano essere applicate anche allo spettacolo dal vivo. Così da poter dar una “boccata di ossigeno” a un comparto fondamentale per la società italiana. All’appello hanno aderito personalità di primo piano della cultura musicale, come Salvatore Accardo, Giovanni Antonini, Cecilia Bartoli, Ezio Bosso, Riccardo Chailly, Emma Dante, Carla Fracci, Daniele Gatti, Katia e Marielle Labèque, Damiano Michieletto, Riccardo Muti, Leo Nucci, Maurizio Pollini, Katia Ricciarelli, Daniele Rustioni, Giovanni Sollima, Confturismo e l’Associazione Nazionale Critici Musicali.
Proprio in relazione a questo appello ho contattato i direttori responsabili delle riviste “Musica” (Nicola Cattò) e “Suonare News” (Filippo Michelangeli) per capire meglio lo scopo dell’iniziativa.
Nicola Cattò
«L’attuale crisi, le cui conseguenze sono difficili da immaginare non solo per quanto riguarda il mondo della musica “colta” e dello spettacolo dal vivo, va a colpire un settore che da tempo mostrava segni contradditori: da una parte fermenti molto interessanti, legati ad una dimensione comunitaria e sinceramente “popolare” della fruizione (penso ai tanti Piano City, a Festival come quello di Mantova), dall’altra una sclerotizzazione della proposta delle grandi Fondazioni, indecise fra una musealizzazione di se stesse, un rivolgersi ad un pubblico sempre più esiguo e anziano e un accondiscendere, al contrario, ai gusti di un turismo ricco di mezzi e povero di modi. La stampa di settore, di cui la rivista che dirigo è il membro più anziano (esistiamo dal 1977), ha cercato, spesso eroicamente, di difendere un’autonomia critica e un’indipendenza intellettuale, in un contesto economicamente difficilissimo, accerchiata com’è (e questo da molti anni) da una presenza sempre più abbondante di siti internet di qualità variabile (alcuni eccellenti, altri censurabili) la cui consultazione è, va da sé, gratuita. In un momento così delicato, assume particolare importanza la decisione delle cinque testate cartacee italiane di fare sistema, coinvolgendo i massimi musicisti del nostro paese (un fatto, credo, inedito…) in una petizione che chiede una cosa tanto semplice quanto difficile da far capire ad alcuni: per non decretare la morte certa di un sistema produttivo, culturale ed economico che ha ricadute lunghissime, occorre permettere la ripresa degli spettacoli dal vivo prestissimo, assieme a quella di bar, ristoranti e alberghi, ovviamente con le medesime norme di sicurezza, con tutte le limitazioni del caso e privilegiando gli spazi aperti, visto l’approssimarsi della bella stagione. Ma in una situazione così difficile, ancora una volta sono emerse le differenze forse insanabili tra le grandi strutture (come le Fondazioni lirico-sinfoniche), che sono economicamente protette, e i tanti artisti free lance: e il proliferare di concerti in streaming, di qualità molto alterna, non solo non può essere una risposta fattibile ma, anzi, credo sia molto pericoloso, nel suo abituare l’utenza ad un prodotto gratuito e fruibile da casa, senza il rapporto diretto con l’artista. Si può essere ottimisti, rispolverando il noto accostamento fra crisi e opportunità: se questi tragici mesi ci permetteranno di ripensare radicalmente il rapporto tra artisti e pubblico, il ruolo e i modi del finanziamento pubblico, l’uso delle tecnologie, il valore dell’innovazione, allora forse questa traversata nel deserto avrà avuto qualche effetto positivo. Sperando che questo ottimismo della volontà non vada a scontrarsi, una volta di più, col pessimismo della ragione».
Filippo Michelangeli
«La violenza del Covid-19 si è abbattuta in Italia alla fine dello scorso gennaio. All’inizio sembrava una di quelle strambe influenze di provenienza internazionale, Sars, Aviaria, Suina, che eravamo abituati a percepire come malanni potenzialmente terribili ma intercettati e sventati efficacemente dalla ricerca medica. Fino ad oggi non avevamo mai avuto la nozione che la nostra stessa esistenza potesse essere in reale pericolo. Sarebbe stato così anche per quello che all’inizio venne chiamato Coronavirus e poi, più propriamente, Covid-19.
Nonostante fosse noto che il primo focolaio della lontana Wuhan, in Cina, avesse fatto molti morti, in Italia e in tutta Europa si pensava che fosse fenomeno così lontano geograficamente da non doverci preoccupare.
Sono bastate poche settimane e la tumultuosa crescita di contagiati e morti a farci realizzare che questa volta, per la prima volta da che ognuno di noi avesse ricordi, la situazione sanitaria era diventata gravissima.
La fiducia nella scienza e nella medicina è molto forte nell’uomo moderno. E in nome di questa fiducia esponenti politici e uomini di cultura hanno pensato di infondere ottimismo nella comunità pronunciando slogan suggestivi: la città non si ferma, il turismo non si ferma, la musica non si ferma. Dall’inizio di marzo, invece, si è fermato tutto.
Il mondo della musica, i Conservatori, le Accademie, i negozi di strumenti musicali, lo spettacolo dal vivo, all’improvviso si sono spenti.
La musica ha una caratteristica unica rispetto ad altri eventi artistici, come le arti figurative, l’architettura, la poesia, la letteratura: riempie l’aria di suoni. Ti accorgi subito se c’è o se tace.
Musicisti e operatori, come d’altra parte tutti gli altri lavoratori, si sono trovati senza occupazione, senza reddito, senza prospettiva, senza possibilità di esprimere la loro passione.
Le riviste musicali tutto questo raccontano. Informano i loro lettori di quanto accade nel mondo delle sette note, danno voce ai protagonisti, recensiscono spettacoli e concerti, pubblicano notizie. Ma i giornali sono anche un manufatto che richiede lavorazioni complesse, la realizzazione grafica, la tipografia, la legatoria, la distribuzione, la consegna nelle edicole e agli abbonati.
A salvare la filiera dell’informazione è intervenuto subito il Governo che, già dal primo decreto, chiarisce che giornali e periodici sono da considerare “attività essenziali”, come le farmacie, e non ne blocca l’attività.
Tutti noi che ci occupiamo di editoria abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Ma un conto è avere l’autorizzazione a tenere aperte le attività, un conto è riuscirci giacché gli inserzionisti, avendo le loro attività ferme, avrebbero sospeso gli investimenti. E i lettori? Il nostro pubblico avrebbe avuto voglia e coraggio di andare in edicola?
Preoccupati dal lockdown di ogni attività tradizionale, ognuno di noi ha cercato di recuperare visibilità e fatturato sul web, l’unica dimensione di scambio umano e commerciale che non ha mai chiuso. Come Suonare news abbiamo proposto un servizio di consegna “porta a porta” del giornale, inventato abbonamenti brevi, giusto per coprire i probabili mesi di blocco degli spostamenti, avviato contenuti musicali, contest e incontri online.
Senza Internet, adesso lo sappiamo, il lockdown sarebbe stato tremendo.
Per la prima volte tutte le principali riviste italiane di musica, Amadeus, Classic Voice, L’Opera, Musica e Suonare news, unite sotto un’unica bandiera, hanno lanciato una petizione rivolta al Presidente del Consiglio dei Ministri, denominata “Lo spettacolo dal vivo deve ripartire” chiedendo al Governo di non dimenticarsi delle arti performative e di abbinarle alla ripartenza dei servizi turistici.
Mentre scrivo queste note il Covid-19 è ancora là fuori, depotenziato ma non debellato. Il lockdown è stato alleggerito, ma lo spettacolo dal vivo al momento è ancora fermo. Gli operatori sono ormai rassegnati ad una lunga e faticosa ripartenza che, almeno nella prima fase, obbligherà a rivedere regole secolari. Il punto cruciale è il divieto ferreo a creare assembramenti, parola desueta oggi entrata nel vocabolario di tutti. E assembramenti sono il pubblico in una sala da concerto, ma anche un gruppo da camera o, peggio ancora, un coro o un’orchestra.
Lo spettacolo dal vivo dovrà reinventarsi per non restare fermo. E non è detto che alla fine il Covid-19 non riesca ad ammodernare un settore dell’arte accusato da sempre di essere rimasto per tanto, troppo, tempo immobile.
Le riviste di musica oggi possono e devono raccontare questo: il fermento faticoso ma necessario di iniziative che stanno cercando di far ripartire il mondo della musica. Se è vero che la grande musica è immortale è arrivato il momento di dimostrarlo».
A oggi l’appello “Lo spettacolo dal vivo deve ripartire” ha raccolto quasi 10.000 firme, che a breve verranno consegnate al Presidente Conte.


