di Riccardo Santangelo
In questi giorni mi è capitato di rivedere il monologo di Stefano Massini trasmesso il 9 aprile scorso nella trasmissione “Piazzapulita” (Io non sono inutile). Lo scrittore e giornalista si definiva, provocatorialmente, inutile. Inutile perché svolge una professione che in momenti come questi, di pandemia, di lockdown, di morte, di privazioni, fa considerare chi lavora e produce nell’ambito intellettuale, cosa superflua. Nella schiera degli “inutili” ci sono attori, musicisti, scrittori, registi, scenografi, addetti ai set, al montaggio degli impianti, manager, promoter, e molti altri ancora. Una filiera sterminata di persone che operano all’interno del comparto “intrattenimento”, come lo definiscono quelli che guardano al portafoglio, oppure “culturale”, come meglio sarebbe qualificarlo.
Eppure tutti siamo consapevoli che senza cultura, cioè concerti (lirici, sinfonici, pop, rock, liscio…), libri, spettacoli teatrali, cabaret, noi non esisteremmo. Questo comparto sociale sarà l’ultimo a essere “liberato”; e per ora è l’ultimo che viene menzionato (quando lo si fa!) nelle conferenze stampa dei politici. Diciamocelo chiaramente: poco importa che centinaia di migliaia di persone, che vivono di cultura non guadagnino, e un’intera nazione sia priva di un pezzo della propria vita.
In questi ultime settimane molti operatori culturali si sono mossi per rendere evidente le problematiche del settore. L’opinione pubblica sembra iniziare ad accorgersi del problema, e forse anche la politica italiana lo sta facendo… operando come sempre in modo bradipale. Così la mia curiosità mi ha spinto a contattare un operatore culturale che vive e lavora a Madrid, per farmi raccontare cosa sta succedendo in Spagna.
Carmelo Di Gennaro ha un’esperienza di lungo corso: ha lavorato per quattordici anni alla RAI, per la quale ha prodotto trasmissioni radiofoniche e televisive di carattere musicale. È stato critico musicale dell’inserto domenicale del “Sole 24 Ore”; dal 2005 al 2010 è stato Vice Direttore Artistico del Teatro Real di Madrid, in seguito ha diretto l’Istituto Italiano di Cultura della capitale spagnola dal 2010 al 2014. Attualmente, è Direttore Generale della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo Madrid, nonché Consulente Artistico del Festival di Stresa. In veste di musicologo ha pubblicato saggi su Glenn Gould, Giacomo Manzoni, la storia della musica, e ha redatto le voci dedicate ai compositori Ivan Fedele e Stefano Gervasoni, pubblicate nell’enciclopedia tedesca Musik in Geschichte und Gegenwart».
Questo è quello che mi ha scritto: «Finalmente, la tanto attesa risposta del Ministero di Cultura è arrivata, all’alba del 5 maggio, quasi due mesi dopo la proclamazione in Spagna del “estado de alarma”; per il comparto cultura – spettacolo dal vivo, il Ministero stanzia circa 78 milioni di euro, destinati appunto solo ed unicamente ai lavoratori del settore; com’è noto, una delle specificità del settore è che la gran parte dei suoi lavoratori (siano essi artisti o maestranze tecniche) non hanno contratti a tempo indeterminato, bensì di carattere intermittente; con questa norma che chiarisce l’applicazione del Real Decreto (relativo al già citato “estado de alarma”), gli artisti potranno accedere al sussidio di disoccupazione (già previsto dalla normativa spagnola, ma solo per i lavoratori con assunzioni fisse) per un periodo di un massimo di 180 giorni; questa misura riguarda quasi il 45% dei contratti nel settore artistico, che hanno appunto un carattere temporale.
Ma, prima di arrivare a ciò, c’è stata una vera e propria rivolta di tutto il comparto cultura contro il ministro, José Manuel Rodríguez Uribes; il giorno 8 aprile, deludendo le attese di tutti, Rodríguez Uribes si era espresso in modo radicalmente diverso, freddando le legittime attese di chi, teatrante, tecnico, ma anche gallerista d’arte, artista plastico, cantante lirico, etc. si aspettava dal Ministero di competenza delle iniziative volte a proteggere un collettivo duramente colpito (il più colpito, assieme al settore turistico e della ristorazione) dalla crisi del COVID-19. In quell’occasione il Ministro, già accolto con scetticismo dal settore il giorno della sua nomina nello scorso febbraio (sostituiva un Ministro molto amato como José Guirao), dichiarava che la priorità era quella di “salvare vite” e che dunque tutto l’impegno, anche economico, del Paese andava riservato alla sanità pubblica. La levata di scudi è stata immediata; con insolita compattezza, un collettivo generalmente diviso ha reagito in modo unanime, chiedendo da tutte le tribune pubbliche possibili (giornali, radio televisioni, reti sociali) a gran voce la rimozione del Ministro competente. L’attacco più duro (divenuto, come si suol dire, “virale”) è stato quello sferrato dal Juan Echanove, un attore molto conosciuto e molto reputato in Spagna, che con un durissimo video pubblicato sulle sue reti sociali ha a un tempo ripudiato e ridicolizzato il Ministro.
Il bailamme è stato tale e tanto che le autorità competenti hanno dovuto fare marcia indietro, almeno sul piano degli aiuti economici, per un settore devastato dalla crisi.
Sull’altro fronte, quello di “come e quando” ricominciare con le attività, è però buio pesto anche in Spagna. Nelle distinte fasi (sono addirittura 5) previste dal Governo per la “desescalada”, non c’è una indicazione chiara per il settore dello spettacolo da vivo; per il momento (siamo ancora nella Fase 1), sono permessi gli “assembramenti” anche in luoghi chiusi (si suppone dunque anche i teatri) per non più di ottanta persone; ma non si dice nulla su come potranno riprendere le prove, per esempio di un’opera lirica o teatrale, di un balletto, e se potranno riprendere in che modo lo dovranno fare. Sono attualmente permessi i rodaggi di cinema e televisione, ma anche qui con modalità non ben definite. Per il momento, tutti o quasi i grandi festival estivi, dedicati alla musica rock o al jazz, hanno dovuto sospendere la loro programmazione.
Un’altra polemica piuttosto pesante riguarda invece il teatro Real, che ha deciso di forma unilaterale di non restituire agli abbonati la parte proporzionale dell’importo del loro abbonamento, quello relativo ovviamente alle opere cancellate per la crisi sanitaria, bensì di convertire la somma corrispondente in un “voucher” da usufruire nelle prossime stagioni. Le proteste sono state immediate, soprattutto per il fatto che la decisione è stata presa senza lasciare alternative agli utenti, scatenando le reazioni piuttosto dure delle associazioni dei consumatori, le quali hanno parlato di “estafa” (truffa). La polemica è servita…
Insomma, anche in Spagna, dove la mancanza d’intendimento tra maggioranza (PSOE e Podemos) e l’opposizione (PP, Ciudadanos e Vox) è totale, per il settore culturale le prospettive sono quanto mai incerte e il futuro un percorso pieno di pesanti incognite».
