di Riccardo Santangelo
(pubblicato anche il 29 marzo 2022 su The Follow Up News)

Succederà di certo anche per altri artisti di dover scegliere tra le loro produzioni, un album migliore tra i vari capolavori incisi. Per David Bowie la scelta diventa difficile, un po’ per la vastità di dischi pubblicati (quasi 50 tra studio, live e colonne sonore), ma anche per il trasformismo del personaggio “Bowie”. David Robert Jones è stato Halloween Jack, Ziggy Stardust, Nathan Adler, The Thin White Duke (nel nostro paese trasformato in il “Duca Bianco”); un alieno e un umano, ma soprattutto è stato David Bowie: artista che più di altri ha saputo leggere, rivoluzionandolo, il proprio tempo.
Heroes, anno 1977, etichetta RCA. Secondo capitolo della “trilogia di Berlino” (iniziata con Low e terminata con Lodger), quella “rock-elettrico-futuristica” che in qualche modo proiettò l’artista britannico fuori dal un periodo narcisistico, per riavvicinarsi a rapporti più diretti, umani, a contatto con la realtà. Alla fine dell’anno precedente Bowie si era trasferito a Berlino per trovare una nuova dimensione. Si fece crescere un bel paio di baffi, smise di tingersi i capelli, e passava il tempo a girare in bicicletta con il suo amico Iggy Pop e a visitare musei e gallerie d’arte. Di quel periodo qualche anno dopo affermò: «Non riesco ad esprimere il senso di libertà che provavo!».
Heroes fu registrato presso l’Hansa Studio by the Wall di Berlino ovest, a pochi metri dal muro che divideva la città, e questo contribuì alla decisione di trasportare nei brani presenti l’atmosfera “zeitgeist” tipica del periodo della “guerra fredda”, puntando sull’evidenziare quel senso di spersonalizzazione dell’individuo, nel contesto della vita quotidiana e nella società in cui viveva. Il risiedere nella città tedesca influenzò anche le scelte musicali trasportate nel disco, che si rifanno al genere “Krautrock” e a gruppi come i Kraftwerk, con un uso massiccio dell’elettronica.
Il disco fu pensato e diviso in due parti distinte: il giorno (stupid music) e la notte (progressive music). Nella prima parte furono riunite le composizioni con una struttura più convenzionale e tradizionale (come Beauty and the Beast, “Heroes”, Sons of the Silent Age); mentre nell’altra quelle più sperimentali e musicalmente innovative (come ben si evidenzia in pezzi come Sense of doubt, Moss Garden e Neukoln).
Alla realizzazione di Heroes contribuirono musicisti che già avevano collaborato con Bowie: Carlos Alomar, Dennis Davis, George Murray, Antonio Mass e Tony Visconti (anche come produttore). Ma l’aggiunta di altri due artisti come Brian Eno (compositore di alcuni pezzi, e ai sintetizzatori e tastiere) e Robert Fripp (alle chitarre) apportarono un valore aggiunto. Il primo trovò in David un’ottima spalla per portare avanti la sperimentazione sonora che cambierà radicalmente la musica negli anni a venire, e lo consacrerà come uno dei musicisti e produttori più influenti e rivoluzionari del XX secolo.

Robert Fripp, David Bowie e Brian Eno.

Mentre Fripp “presta” la sua chitarra con interventi di grande impatto, proiettando alcuni brani (come Joe The Lion e “Heroes”) nell’olimpo della storia della musica. E proprio quest’ultimo pezzo (che poi dà il titolo all’intero album) che può essere elevato a simbolo del disco e di un’epoca. Una ballata struggente, ispirata da una scena che Bowie vide sotto il muro di Berlino: «Ogni giorno lo sguardo mi cadeva su due giovani di circa 19 – 20 anni. Si incontravano all’ombra del Muro, sotto una torretta. C’era tra loro sicuramente una storia, o forse era solo la mia immaginazione. Ma penso che fosse un vero atto di coraggio trovarsi in quel luogo». Così il genio di Eno e Bowie costruirono un inno di libertà, consegnando alla storia quei due ragazzi: «I, I can remember / Standing, by the wall / And the guns shot above our heads / And we kissed, / as though nothing could fall / And the shame was on the other side / Oh we can beat them, for ever and ever / Then we could be Heroes, / just for one day».

Heroes
David Bowie
1977, RCA