di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

Ci sono tracce nella «polvere» della musica folk americana che congiungono il 26 aprile 1940 alla stessa data di sessantacinque anni dopo. Un sentiero che attraversa la musica di protesta (o meglio, come dice Bob Dylan, di denuncia): dalle dust bowl ballads di Woody Guthrie (registrate proprio in quella data), all’eredità raccolta dallo stesso menestrello di Duluth, fino ad arrivare a Bruce Springsteen con le sue dust songs contenute in The Ghost of Tom Joad (1995) e in Devils & Dust (album messo in vendita negli Usa il 26 di aprile e quattro giorni prima in Italia).In sessantacinque anni però la «polvere» sembra cambiata poco; Guthrie cantava di un popolo povero, costretto ad abbandonare le proprie terre per colpa dell’immensa tempesta di sabbia che aveva colpito nel 1935 una vasta area del sudovest degli States.
Migliaia di persone che furono costrette a lasciare i propri campi, ormai ridotti a deserto, per emigrare verso la California, incontrando sul loro cammino la violenza degli industriali e le ingiustizie delle autorità, alloggiando in fatiscenti e misere baracche. I diseredati protagonisti, da sempre, delle canzoni di Springsteen sono invece la working class statunitense, che nella «polvere» delle acciaierie, delle miniere, del deserto di confine e di una guerra lontana trova voce per la loro denuncia. Devils & Dust (diciannovesimo lavoro del Jersey boy, ma «solo» tredicesimo in studio) difatti è un po’ il proseguimento di intenti iniziato con The Ghost of Tom Joad. Lo stesso autore ha rivelato che alcuni pezzi sono stati composti sull’onda dell’entusiasmo del tour di dieci anni fa, ma da esso si separa soprattutto per la scelta di sonorità meno cupe.
Accanto a sé Bruce (che canta e suona chitarra e armonica) ha voluto, in tutti i brani, Brendan O’Brienn al basso e alle tastiere (che è anche produttore del disco) e Steve Jordan alla batteria; per poi arricchire con l’intervento di altri musicisti (alcuni provenienti dalla E Street Band), alcuni songs, creando così una base semplice e duttile di sonorità folk/rock, che all’occasione può diventare country, rockabilly, western, puro rock o scarno folk.
L’album si apre con la title track, una ballad cupa dalle liriche amare, composta all’inizio della seconda guerra del Golfo, in cui l’autore riempie i pensieri di un soldato al fronte di «diavoli e polvere», di presentimenti di morte e di dubbi sulla fede che ha a rmato la sua mano: «I’ve got God on my side / And I’m just trying to survive / What if what you do to survive, / Kills the things you love (Ho Dio dalla mia parte / E sto solo cercando di sopravvivere / Ma che succede se ciò che fai per sopravvivere / Uccide le cose che ami». Se all’inizio del brano sono la voce e la chitarra di Springsteen a creare l’atmosfera, l’entrata di basso e batteria e poi degli archi, sottolineano i dubbi del soldato, incalzato alla fine da un tempo quasi di marcia.
Le tematiche religiose si ritrovano anche in altri due brani di questo disco: Maria’s Bed e Jesus Was An Only Son. Bruce ha sempre usato visioni bibliche nei suoi testi e anche qui sfrutta questa suggestione per affrontare il delicato rapporto che si instaura tra genitore e figlio. Se nel primo brano le parole suonano concilianti e d’amore (accompagnate da una musica stile rockabilly, con l’apporto di steel guitar e organo), in Jesus Was An Only Son si legge tutta la solitudine di un uomo che si trova perso nei momenti importanti della sua vita rimpiangendo di non aver mai baciato le mani di sua madre (il tutto legato da un sound country venato di gospel). Ma le tematiche centrali di Devils & Dust stanno nelle canzoni di «confine», poste geograficamente tra il Messico e il West, e interiormente nella ricerca, nel cambiamento e nella riscoperta di se stessi. Così troviamo brani come Reno, Silver Palomino, Black Cowboys e Matamoros Banks, ambientati in luoghi borderline, oppure Long Time Comin’ dove Springsteen canta di una crescita e di una trasformazione che porta il protagonista «a sotterrare la sua vecchia anima e a danzarci sopra» . O ancora in The Hitter dove un vecchio pugile del Sud cerca di riannodare i fili di un’esistenza persa a combattere per sopravvivere. A rendere ancora più interessante l’uscita di questo lavoro di Springsteen è la pubblicazione, insieme al disco, di un dvd contenente trentacinque minuti di filmato (girato dal regista Danny Clinch), dove il Jersey boy, in un’ambientazione scarna, canta (voce, chitarra e armonica) e spiega cinque brani del disco (la title track, Long Time Comin’, Reno, All I’m Thinkin’ About e Metamoras Banks). Devils & Dust in sintesi è l’ultimo punto di «maturazione» di un artista che in tutte le stagioni della sua carriera è riuscito a cogliere l’essenza del mondo che gli girava intorno, facendo scelte anche difficili e impopolari, raccogliendo così l’eredità narrativa del già citato Guthrie, di Hank Williams e di John Steinbeck, intrecciando nel suo sound tutti gli elementi della tradizione popolare statunitense.

Devils & Dust
Bruce Springsteen
Columbia / Sony Music, 2005