di Riccardo Santangelo
(pubblicato su amadeusonline.net – Speaker’s Corner)

Il violino non è certamente uno strumento tipico del jazz; nella storia di questo genere non è infatti mai riuscito a ritagliarsi un ruolo di primo piano. Uno dei pochi musicisti che ha saputo valorizzare la sua sonorità all’interno di tale ambito è stato il francese Stephane Grappelli che, con il chitarrista Django Reinhardt, fondò nel 1934 il Quintette du Hot Club de France, compagine che fece conoscere lo swing all’Europa ancora prima dell’arrivo degli alleati. A poco più di cinque anni dalla morte di Grappelli tocca a Mark O’Connor, anche lui violinista e allievo del maestro francese, rendergli omaggio con questo In Full Swing.
Statunitense e figlio della ricca tradizione folk americana, il trentasettenne musicista di Nashville ha assorbito negli anni le influenze di vari stili e generi musicali, che l’hanno portato ha esplorare sonorità che vanno dal classico, al jazz, fino al folk del pluripremiato progetto Appalachian Music, affrontato insieme con il violoncellista Yo-Yo Ma.
Coaudiovato da Frank Vignola alla chitarra e Jon Burr al contrabbasso, a formare l’Hot Swing Trio, con In Full Swing, Mark O’Connor fa rivivere la vivacità di un genere che è stato il biglietto da visita del jazz in Europa.
Questo è un album “allegro” e “spensierato” proprio nella migliore tradizione del jazz alla Miller e Goodman, che fin dal brano d’apertura riesce a trasportarci in un altro tempo, in qualche locale fumoso tra New York e Chicago. A impreziosire le sonorità del disco si aggiungono due ospiti d’eccezione: la cantante Jane Monheit e il trombettista Wynton Marsalis, che in ben cinque brani, si aggiungono al trio violino-chitarra-contrabbasso, per rendere l’ascolto ancora più gradevole. Da questa union nascono riletture di standards quali Honeysuckle Rose e As Time Goes By (brani in cui la Monheit dà sfoggio della sua vellutata e versatile voce), oppure Tiger Rag, dove Marsalis riesce a dimostrare in pieno la sua bravura, partendo da un’apertura su sonorità “classiche” (in cui fa rivivere echi di musica barocca) passando a “swingare” insieme al violino di O’Connor, per poi lasciarsi scivolare in un accenno di be bop.
Dei brani “in trio” vale la pena segnalare, oltre a quello che dà il titolo all’album, Stephane and Django (composto da O’Connor e chiaro omaggio al duo francese) e il “tiratissimo” Limehouse Blues.
In Full Swing è un album che ha il pregio di essere molto vario e ben suonato, in cui lo swing diventa, a volte, un pretesto per riportare all’ascolto del pubblico suoni e atmosfere di un jazz dimenticato, ma che conserva inalterato il suo grande fascino.

In Full Swing
Mark O’Connor’s Hot Swing Trio
Sony, 2003