di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus nella versione breve, qui riportato integralmente)
«Ho realizzato molti dei miei sogni: ho suonato alla Carnegie Hall, ho messo su una big band, ho vinto diversi Grammys, anche se non ricordo più quando e come. Ma all’inizio non avrei mai pensato di diventare famoso in due terzi del mondo. Se nel ’52 mi avessero detto che un giorno sarei volato a suonare a Singapore o a Sidney, avrei risposto “Baby, sono cieco, ma non sono stupido. Sarò abbastanza fortunato se riuscirò a continuare a girare il circuito dei locali delle frattaglie” [quelli malfamati riservati ai neri]». Così Ray Charles descriveva la sua trentennale carriera nell’autobiografia Brother Ray del 1976. Un’attività segnata dalla determinazione per il raggiungimento degli obiettivi preposti e che l’ha portato a diventare una delle figure che più ha rinnovato la musica popolare statunitense (e non solo). Nei decenni centrali del XX secolo Ray ha percorso tutti i ‘sentieri’ possibili: blues, gospel, soul, rhythm ’n’ blues, country, jazz, easy listening, lasciando spesso un segno indelebile di rinnovamento.
Quando Raymond Charles Robinson si avvicinò alla musica era un bambino di pochi anni che ancora aveva il dono della vista. Nato nel 1930 ad Albany (Georgia), nel profondo sud segregazionista, Ray quasi subito si trasferì con la madre a Greenville (Florida). Pur vivendo in una condizione di estrema povertà («Anche rispetto agli altri neri, noi eravamo in fondo alla scala»), trascorre i suoi primi cinque anni in modo tranquillo, giocando con suo fratello George (più piccolo di un anno) e frequentando il Red Wing Café. Ed è proprio in questo locale che ha modo di imparare i primi rudimenti di pianoforte (insegnati dal proprietario Wylie Pitman) e di ascoltare il blues, il country e il jazz delle big band dal jukebox. Queste prime esperienze, insieme alle cerimonie religiose, ai racconti famigliari e a un’educazione severa impartita dalla madre Aretha, crearono nel piccolo Ray un terreno fertile per consolidare la sua passione per la musica e un carattere tenace e forte (che a volte poteva sembrare burbero e scontroso) sempre teso al raggiungimento dei suoi obiettivi.
L’incanto della vita a Greenville si spezzò di colpo: mentre stavano giocando, George casca in una grande tinozza piena d’acqua e affoga senza che Ray potesse fare qualcosa per salvarlo. Dal quel momento i suoi occhi lentamente iniziano a spegnersi e nel giro di due anni, anche a causa di un glaucoma, perde per sempre la vista.
Le condizioni economiche di mamma Aretha non le permettono di dargli il sostegno adeguato, così a malincuore decide di spedirlo alla State School for the Blind di St. Augustine (una città a circa duecentocinquanta chilometri), dove potrà essere seguito più adeguatamente. Il distacco dalle tranquilla routine famigliare, più della sua menomazione, spingono Ray a cercare conforto nella musica. Nell’istituto impara a leggere in braille, sia l’alfabeto che le note, e la sua smania di conoscenza lo porterà a crearsi una cultura aperta a trecentosessanta gradi, pronta a qualsiasi novità. Ma è la presenza di un pianoforte e dei corsi di musica che gli renderanno meno difficili quegli anni. Partendo dallo studio di Chopin, Strauss, Bach e Beethoven, acquisisce padronanza con lo strumento, imparando a suonare anche il clarinetto e il sassofono.
Ma è dalla radio che Ray “assorbe” tutta la musica che gli permetterà di diventare “The Genius”. Si appassiona al jazz delle big band e la musica di Nat ‘King’ Cole e Charles Brown, ma è ascoltando la trasmissione Grand Ole Opry che entra in contatto con la musica country, genere che segnerà l’inizio della sua carriera e il suo maggior successo di vendita.
La morte della madre lo pone davanti alla scelta di come continuare a condurre la propria vita: il quindicenne Charles decide così di tornare a Greenville per un breve periodo, per poi tentare la fortuna come musicista a Jacksonville, Orlando e Tampa. Dopo tre anni di alti e bassi diventa il pianista dai Florida Playboys, un gruppo country. Non fu facile la vita per un nero che suonava la musica più bianca che esiste, ma Ray era talmente bravo che il pubblico si scordava del colore della sua pelle.
In poco tempo però iniziò a stancarsi della Florida e decise di partire per il luogo più distante all’interno degli Stati Uniti: Seattle, all’estremo nord della costa pacifica. Proprio lì iniziò a formare la sua prima band (il Mc Son Trio), a incidere i primi brani e a farsi chiamare solo Ray Charles, per non essere confuso con il pugile Ray ‘Sugar’ Robinson (ma forse anche per levarsi di dosso l’ultimo legame che aveva con il padre mai presente quand’era piccolo).
Il trio però non era la formazione che poteva soddisfare le sue ambizioni, lui puntava ad avere una big band per poter sfogare tutta la musica che aveva dentro. A cavallo degli anni ’40 e ’50 Charles incide trentotto canzoni, riuscendo ad avere un discreto successo con Baby, Let Me Hold Your Hand, ma il brano che nel ’54 lo farà conoscere in tutto il paese sarà I Got A Woman. Questo è il punto di svolta: in breve tempo arrivarono A Fool For You e Halleluiah I Love Her So (entrambi del 1955) e What’d I Say? (1959). Proprio in questi anni gli viene affibiato il soprannome di ‘The Genius’, che lui non ha mai molto amato: «Art Tatum era un genio. Anche Einstein. Io no».
In questo periodo Ray conduce personalmente la battaglia contro gli spettacoli in cui il pubblico bianco era separato da quello di colore; questo gli costerà parecchie condanne pecuniarie e il divieto, fino al ’79, di tenere concerti in Georgia. Nel ’62 ottiene però una significativa vittoria: durante una serata in Louisiana, al suo rifiuto di esibirsi davanti a una platea segregata, lo stesso governatore accetta le sue richieste, per poi il giorno dopo complimentarsi con il musicista per il comportamento della gente di colore.
Gli anni successivi sono fondamentali per la definitiva affermazione di Ray: inizia a formare la sua big band, collabora con vari jazzisti di prim’ordine, ma soprattutto si fa notare come ‘plasmatore’ di suoni. Infatti la grande capacità di Ray (oltre a essere un autore sempre attento alle esigenze del pubblico), fu soprattutto quella di prendere brani non suoi e di trasformarli; così successe per Hit The Road, Jack (di Percy Mayfield) e Georgia In My Mind (di Hoagy Carmichael e Stuart Gorrell), che diventò nel ’79 l’inno dell’omonimo stato americano.
Il suo album di maggior successo però fu Modern Sounds in Country & Western Music (1963), il disco in cui è contenuta la cover di I Can’t Stop Loving You (di Don Gibson): un best-seller da tre milioni di copie. Questo album contribuì a consacrare la sua fama anche al di là del pubblico di colore.
Ray però non era uno stinco di santo, oltre ad avere un carattere molto iroso era anche molto sensibile al fascino femminile, ma i suoi guai maggiori li ebbe dalla droga. Come confessò successivamente, fin dall’età di sedici anni aveva iniziato a far uso di stupefacenti, ma soltanto all’inizio degli anni ’60 incappò nei primi problemi con la giustizia. Fu nel ’65 che però Charles decise definivamente di disintossicarsi, e lo fece dopo essersi reso conto che entrando in galera, suo figlio Ray jr. non avrebbe più avuto un padre, proprio come era successo a lui. Così decise di fermarsi: entrò in una clinica e, forte della sua incrollabile forza di volontà, dopo pochi mesi ne esce pulito.
Forse perché stanco e appagato dall’avere raggiunto tutti gli obiettivi, Ray negli anni successivi indirizza la sua carriera verso una musica d’intrattenimento, previlegiando i concerti ai dischi. Nel 1980 viene chiamato dal regista John Landis e dagli attori Dan Aykroyd e John Belushi per interpretare un piccolo cameo nel film The Blues Brothers: il pubblico dei giovani ha così modo di riscoprire uno dei padri della musica americana.
Negli ultimi anni Ray aveva dovuto cancellare parecchi concerti a causa dell’aggravarsi di una malattia al fegato, dediocandosi però ad alcune campagne per la tutela dei bambini (era padre di dodici figli, avuti da varie mogli), alla registrazione di un album di duetti e alla collaborazione con gli autori del film Ray, che però non riuscirà a vedere concluso. L’ultima apparizione di Charles è avvenuta il 30 aprile 2004 alla cerimonia che dichiarava monumento nazionale gli studi di registrazione di Los Angeles, fondati da lui quarant’anni prima. Il 10 giugno 2004 The Genius muore nella sua casa di Beverly Hills e, durante il funerale Aretha Franklin lo ricorda dicendo: «Charles è stato e resterà la voce del tempo della vita».
Vincitore di dodici Grammys, di cui nove tra il 1960 e il 1966, Ray ha fortemente influenzato almeno due generazioni di artisti, come la stessa Aretha Franklin, Johnny Cash, Joe Cocker, Van Morrison e Steve Winwood. Per capire a pieno la rilevanza del ‘genio’ di Ray bastino le parole di Ahmet Ertegun (fondatore dell’etichetta Atlantic e uno dei suoi scopritori): «Due ore dopo la fine delle registrazioni [dell’album The Genius of Ray Charles], tutti i musicisti erano ancora lì seduti ad ascoltare. E non erano musicisti qualsiasi, erano i migliori». Tra di essi c’erano nomi quali Clark Terry, Freddie Green e Zoot Sims, tutti comunque provenienti dalle orchestre di Ellington e Basie.
“RAY”: IL FILM
Aveva voluto personalmente contribuire alla stesura della sceneggiatura del film, non perché avesse paura di uscirne troppo bene, ma perché voleva che si raccontasse tutto, soprattutto le cose negative. Fortemente voluto da Taylor Hackford (già regista di Ufficiale e gentiluomo) il film Ray (nelle nostre sale nell’agosto 2005) è l’ennesimo omaggio che la cultura statunitense tributa a The Genius. Charles a lungo è stato perplesso sulla realizzazione di questo film, ma l’ingaggio dell’attore Jamie Foxx (che lo impersona), ha fugato le sue ultime perplessità (per lui si parla addiritura di una candidatura agli Oscar). Il film segue la vita di Ray senza tralasciare gli aspetti più ‘duri’: la lenta perdita della vista, il persistente abuso di droga, il burrascoso rapporto con le donne (qui limitate a due, in realtà molte di più), il suo carattere iroso. Clifton Powell, uno degli interpreti, ha raccontato che durante le riprese Ray sovente diceva: «Ricordatevene: io sono un musicista blues, jazz, pop, ma amo più di tutto il country perché racconta storie vere e popolari. Cercate di fare la stessa cosa con la mia vita».

