di Riccardo Santangelo
(pubblicato su amadeusonline.net – Speaker’s Corner)

Robert Downey jr. ha molto talento, forse più per la musica che per il cinema (sua prima occupazione). Figlio di un regista indipendente entra nel mondo del cinema in tenerissima età (cinque anni) per arrivare, nel 1992, a essere candidato al Premio Oscar per la sua interpretazione in Charlot di Richard Attenborough. In seguito trova il modo di lavorare con Robert Altman, Oliver Stone, Mike Figgis, Neil Jordan e altri ancora, ma la sua continua dipendenza da alcol e droga lo portano fuori e dentro le carceri californiane, e soprattutto a uscire dalle grazie della Hollywood che conta.
Ora a quarant’anni le sue “brutte esperienze” sembra le abbia lasciate alle spalle e per “inaugurare la sua nuova vita” Downey jr. debutta con un disco «pop intellettualoide con influenze jazz e classiche», come lui stesso lo presenta. The Futurist però è molto di più di un semplice gioco, è il lavoro maturo di un artista che da sempre ha frequentato l’ambiente musicale (il suo maestro di pianoforte fu Jack Nitzsche, grande produttore degli anni ’70). Sospeso tra il pop alla Sting (come in Details o in Kimberly Glide) e le sonorità di Peter Gabriel (si ascolti Your Move, brano degli Yes, in cui Robert duetta con Jon Anderson), il disco presenta otto brani a firma dell’attore e due cover (la canzone sopracitata e la chapliniana Smile). E propria in quest’ultimo pezzo Downey jr., accompagnato dal basso di Charlie Haden e dal piano di Alan Broadbent, accentua la ruvidezza della sua voce, inventandosi crooner e “sporcando” magistralmente la canzone-capolavoro del regista inglese.

The Futurist
Robert Downey jr.
Sony Classical, 2004