di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus)
Attraverso l’incontro tra storia e musica le comunità hanno avuto modo di tramandarsi nei secoli saggezza, cronaca e drammi. A più di novant’anni dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, il segno di quell’immane tragedia è impresso, oltre che nei fianchi delle nostre montagne e negli archivi storici, anche in un pugno di canzoni che nonni, padri e figli si sono tramandati. È da questa memoria popolare che Massimo Bubola, uno dei più apprezzati e colti autori della musica italiana, è partito per rivisitare una parte dolorosissima delle radici della sua terra, il Veneto, che è anche patrimonio comune del Trentino e di molte altre parti d’Italia e d’Europa. Non nuovo ad affrontare nei suoi brani questo periodo storico (sue sono Rosso su verde e il capolavoro Andrea, poi cantato da Fabrizio De André), Bubola ha pubblicato qualche mese fa il cd Quel lungo treno, in cui a cinque traditionals veneti (come i notissimi Era una notte che pioveva e Monte Canino), affianca sei nuove canzoni ispirate alla Grande Guerra. Lo ha fatto scegliendo le sonorità folk-rock e la narrazione “sempreverde” della ballata che, fin dai tempi della sua collaborazione-amicizia con De André (con il quale ha scritto album che sono entrati nella storia della cultura italiana), è stata un suo marchio di fabbrica.
In questo disco affianca canzoni tradizionali riarrangiate a canzoni scritte da lei: dov’è il punto d’incontro tra il passato e il presente?
«C’è una continuità di generazioni, nel senso che la mia ha potuto imparare queste canzoni direttamente da chi ha combattuto. Due miei prozii, Ottorino e Antonio, sono morti in quella guerra, mio nonno l’ha combattuta da bersagliere e ha insegnato questo repertorio a mio padre. Quindi per me è stato facile assimilare una cultura che mi appartiene e che ho sottopelle. Una tradizione che mi commuove. Bisogna dire che da noi i capifamiglia non piangevano mai, nemmeno davanti a tragedie spaventose, perchè erano l’asse portante della comunità e se crollavano loro crollava tutto. Invece quando c’erano le feste, come la grande trebbiatura, che finiva con una cena collettiva con tutti i lavoranti, al termine i musicanti, dopo le canzoni popolari con temi da ballo, suonavano immancabilmente i brani di guerra, e vedevo quelle stesse persone bloccarsi, chinare il capo e mettersi a piangere. E da questi episodi ho capito che la musica ha un grande potere emotivo».
Perchè riproporre in versione elettroacustica brani di solito cantati dai cori?
«Negli ultimi vent’anni i cori hanno fatto strane scelte, raccogliendo influenze da vari generi musicali. Si assiste così a cose terribili: attraverso sovrapposizioni di voci e trovate d’arrangiamento, si perde il senso del testo, e si viene trascinati più dalla melodia vocale che dalle parole. Per me questo è un errore. Nella mia esperienza, sia di autore che di arrangiatore, ho imparato che non si devemai perdere di vista il testo; quindi la musica deve far sì che le parole siano più efficaci. Se prendiamo come esempio il lavoro fatto da Lorenzo Da Ponte per Mozart, vediamo che anche di fronte a testi “leggeri”, come Le nozze di Figaro, musica e testo si supportano a vicenda, senza che ci sia una prevaricazione. Facendo scaturire così un risultato di grande “leggerezza” e “lucentezza”».
Cosa vuol dire in questi anni riscrivere le proprie radici folk?
«Per tramandarsi, il folk si avvale di un processo di emulsione: di un repertorio molto vasto che riguardava la Prima Guerra Mondiale sono sopravvissute un certo numero di canzoni, quelle più significative. La selezione è stata fatta dalla gente. A volte la musica che rimane è quella più facile, che possono fischiare anche i carrettieri, ma sicuramente è una musica che nasce da istanze collettive. Per fare un esempio concreto: in questo disco la canzone Ponte de Priula ha di certo una scrittura rozza, presumibilmente opera di una persona non letterata, in cui le rime baciate risultano molto grezze: però è una grande canzone. Nel folk l’aspetto emotivo è molto più rilevante di quello formale letterario».
Nella scrittura delle nuove canzoni certamente sono entrate le emozioni tramandate nell’ambito familiare, quanto di questo è ancora presente sul territorio veneto?
«Direi che nei nuovi brani si può trovare maggiormente un legame con il folk europeo, anche perché le storie si assomigliano dappertutto. La canzone popolare Donna lombarda, per esempio, è molto simile ad altre di area galiziana o scozzese: la moglie che avvelena il marito su suggerimento del principe o del re che passa dalle parti di casa sua. Lo stesso schema si può ritrovare in Bum Bum, dove un soldato torna a casa e trova la bambina piangente, la moglie con un altro e viene alla fine assassinato dall’amante. Sono trame che si possono rintracciare in un grande bacino folk, in cui tutte le storie vengono narrate. Un po’ come nella tragedia classica greca che aveva già affrontato tutti gli schemi e le trame possibili, poi utilizzati dai più grandi tragediografi, da Shakespeare, Racine e oltre. La ballata folk è piena di storie tragiche, ma erano proprio queste ad avere l’impatto emotivo maggiore».
Ha preferito fare un disco raccontando i sentimenti che hanno unito il popolo italiano rispetto ad altri che l’hanno diviso…
«Il nostro è un paese che subisce un costante processo di perdita della memoria, non solo di quella storica. In tanti paesi, come la Francia o gli Stati Uniti, le feste nazionali corrispondono a momenti salienti della propria storia; da noi non è così. La gente ha poca coscienza del proprio passato e credo che ci sia la necessità di ritrovarlo. La Grande Guerra è stata il momento in cui per la prima volta il nostro paese si è compattato e si è riconosciuto. Non dimentichiamo che all’inizio del conflitto soltanto il 24% dei soldati parlava italiano, cioè il fiorentino, e di questi il 90% erano ufficiali; per cui i fanti tra loro parlavano lingue diverse, e un ragazzo di Palermo e uno veneto si capivano più a gesti che a parole».
Ha incluso nell’album il brano Il disertore, un pezzo che ha dietro una storia particolare.
«Infatti non è stato composto durante la Grande Guerra, ma molti anni prima. Racconta della diserzione di un ragazzo trentino-tirolese dall’esercito austro-ungarico negli anni ’30 dell’Ottocento. La diffusione di questa canzone durante la Prima Guerra Mondiale venne in qualche modo incentivata dagli ufficiali italiani, anche un po’stupidamente, perché pensavano così di mettere in cattiva luce l’esercito avversario. In realtà è un inno alla diserzione, ma anche una canzone commovente, di una bellezza straordinaria, scritta facendo uso di tautologie, forma propria di un certo tipo di poesia popolare».
Tra i brani nuovi Puoi uccidermi è uno di quelli più “universali”, non legati alla Grande Guerra.
«Ho immaginato un ufficiale che torna dal fronte in licenza e ha modo di sedersi a un pianoforte, magari in un comando militare, e compone questa canzone in cui si rivolge alla fidanzata dicendole “guarda che non soltanto per una scheggia di granata o un colpo di fucile posso morire, ma puoi uccidermi anche tu con un silenzio, con uno sguardo, con un sorriso”. È un pezzo che può andar oltre la guerra: nel senso che, nei conflitti, al di là della morte fisica c’è anche quella morale e sentimentale».
DA LEGGERE E DA ASCOLTARE
Massimo Bubola, oltre a essere un autore straordinario, è pure un “artigiano” della realizzazione dei dischi. In Quel lungo treno (Eccher Music ERE0165712) ha scelto di arrangiare i brani con una strumentazione popolare “classica”: chitarra, violino, mandolino (magistralmente suonati dai fedeli Simone Chivilò e Michele Gazich), a cui si aggiungono fisarmonica, gaita galiziana, pedal steel guitar, supportati da una ritmica mai invadente e dai delicati cori di Erika Ardemagni.
A impreziosire il contenuto del disco, Bubola ha scelto di utilizzare nel libretto alcune immagini tratte dal libro Il popolo scomparso. Il Trentino, i trentini nella Prima Guerra Mondiale 1914-1920 (ed. Nicolodi, Rovereto, http://www.nicolodieditore.it, € 70), dove in più di mille fotografie e scritti originali viene raccontato il capitolo più cruento della storia di quelle terre.

