di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

La forma canzone (nell’ambito popolare) può anche essere vista come un piccolo racconto, un modo un po’ arcaico di fare cronaca e far conoscere agli altri le proprie o le altrui esperienze. In un certo modo anche alcuni tipi di letteratura assolvono a questa necessità, si pensi solo a molti scrittori d’oltreoceano (Raymond Carver su tutti) che del “minimalismo” hanno fatto un genere di successo. In questi ultimi anni l’incontro tra musicisti e scrittura è sempre più presente tra i banchi delle nostre librerie (si veda a esempio la prolifica produzione letteraria del nostrano Ligabue) e a questa nuova tendenza non si sottrae neppure Steve Earle. Apprezzatissimo cantore di storie borderline (tanto da far esclamare al regista Michael Moore: «Se fossi una rockstar, vorrei essere Steve Earle»), il musicista della Virginia, ma texano d’adozione, arriva in libreria per i tipi di Meridiano Zero con Le rose della colpa (edito negli States nel 2001), undici racconti “minimi” con il tema comune dei rapporti interpersonali sullo sfondo di un’America che sta ai margini. Earle non è mai stato un personaggio comodo nel panorama intellettuale statunitense, si è costruito la fama di un songwriter contro, denunciando nelle proprie canzoni gli abusi e le contraddizioni del sistema americano (si ricordi il brano John Walker’s Blues, pubblicato nel 2002, dedicato al connazionale passato dalla parte dei talebani e dell’ignoranza che l’Occidente ha sull’Islam).
In Le rose della colpa il musicista riprende a pieno le tematiche delle sue canzoni, creando con una scrittura genuina, diretta ma al contempo matura (riportata dalla sapiente traduzione di Matteo Colombo), undici piccoli cameos dell’altra America. Uno spaccato di un paese-continente popolato da country star ex-galeotte, drogate e fallite alla ricerca di un buon motivo per sopravvivere (e qui c’è molto della biografia di Steve), reduci dal Vietnam che devono fare ancora i conti con il cancro “regalato” dall’Agente Arancio, coyotes che si arricchiscono traghettando senza scrupoli, da una sponda all’altra della frontiera messicana, stupefacenti ed esseri umani (senza curarsi del tipo di carico), poliziotti ottusi pronti a tutto per far rispettare le regole, e mariti senza scrupoli (come narra nell’imprevedibile racconto Il testimone, spietato atto d’accusa contro l’inutile carneficina consumata attraverso la pena di morte). Pur non arrivando alle stesse vette di scrittura del primo Steinbeck o di Bukowski (ma neanche di John Fante), la prosa di Earle si distingue per semplicità e passione, specchio anche della sua produzione musicale. Bene gli si addicono le parole usate per descrivere un personaggio del libro: «Quando simetteva a cantare tu gli credevi».

Le rose della colpa
Steve Earle
Meridiano Zero, 2005, € 13,00