di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
La sera del 29 maggio 1997, a Memphis, Jeff Buckley decise di immergersi nelle acque del Wolf River, un affluente del Mississippi. In quei giorni stava ultimando il suo secondo album, My sweetheart the drunk. Non sapremo mai perché prese quella decisione: incominciò ad allontanarsi dalla riva, completamente vestito. In una sua canzone aveva cantato: «There’s the moon asking to stay / Long enough for the clouds to fly me away / Well it’s my time coming, I’m not afraid, afraid to die (C’è la luna che chiede di restare / Quanto basta perché le nuvole mi facciano volare via / Bene, è giunto il momento per me di andare, non ho paura, paura di morire)». Il suo corpo fu ritrovato il 5 giugno.
Figlio d’arte, non aveva avuto molto tempo per farsi conoscere, solo la pubblicazione di qualche EP e di un disco (Grace) che ebbe successo attraverso il passaparola degli appassionati. Oltre che per l’album Jeff divenne una celebrità in tutto il mondo per via delle sue performance dal vivo, in cui sfoggiava una voce duttile e cristallina, che riusciva a “piegarsi” anche alle esigenze più difficili.
A dieci anni dalla sua scomparsa il suo carisma rimane intatto, rinnovato anche da pubblicazioni postume come il cd So Real: Songs From Jeff Buckley (che contiene anche un’inedita cover degli Smiths) e il dvd Amazing Grace: Jeff Buckley, film-documentario sul suo mito (entrambi editi dalla Sony).
