di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
Da molti anni Mavis Staples aspettava di incidere questo album e l’arrivo di Ry Cooder le ha permesso di realizzare questo desiderio. La cantante statunitense fin da piccola ha provato sulla propria pelle l’idiozia delle leggi razziali e ha trascorso tutta la stagione delle lotte civili per l’integrazione a fianco di Martin Luther King, intonando, insieme al gruppo delle Staples Singers (guidato dal padre Pops), il brano Freedom Songs prima dei comizi del leader afroamericano. Dopo il disastro dell’uragano Katrina e le bugie del presidente Bush, la Staples si è convinta più che mai che i problemi della segregazione razziale non sono stati risolti, così ha accettato l’invito da parte del produttore e musicista Ry Cooder di registrare We’ll Never Turn Back, un album fortemente “sociale”, ma anche di spessore politico. «Guardando la gente che affogava in quelle acque limacciose […], i superstiti rinchiusi nel Superdome, […] ho capito che era arrivato il momento di tornare ad incidere le stesse canzoni che cantavamo durante le marce di protesta». Il risultato è straordinario: dodici pezzi (dieci della tradizione “di protesta” e due inediti) pieni di pathos, in cui il gospel-soul cantato dalla voce calda di Mavis trova freschezza e incisività negli arrangiamenti di Ry. In My Own Eyes canta: «I know it’s true, yes it is, I wouldn’t tell you no lie / I leave that to the politicians»; un vero e proprio manifesto politico.
We’ll Never Turn Back
Mavis Staples
Anti- Records, distr. Self
