di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
A volte è proprio attraverso l’arte meno considerata (la musica) che ci si avvicina a mondi che solo superficialmente si conoscono. Infatti l’ascolto può portare ad avvicinare, o forse solo a comprendere meglio, comunità, territori e tradizioni sospesi nel tempo, che faticosamente cercano di perservare la propria musica e lingua. Credo che non molti sappiano dov’è l’Occitania e soprattutto quanto sia grande; eppure il suo territorio si estende per tutto il sud della Francia (fino al confine del Massiccio Centrale e l’oceano), parte della Spagna (Valle d’Aran e zone limitate della Catalogna) e, in Italia, le valli del Piemonte a ridosso delle Alpi Cozie e delle Alpi Marittime e una piccola fetta della Liguria. Dunque un territorio extranazionale vasto, dalle tradizioni antichissime che affondano nel Medioevo (XII secolo), e che oggi faticosamente vuole farsi conoscere e salvare la propria identità (soprattutto linguistica).
In questo ambito trovano ispirazione i Lou Dalfin, band che canta in occitano, e che ha saputo adattare i retaggi folk tradizionalisti della musica del proprio territorio con l’inserimento di strumenti più attuali, come chitarra elettrica, basso, batteria, strumenti a plettro e fiati. Fondata a Caraglio, piccolo centro della Valle Grana in Piemonte, da Sergio Berardo (voce, ghironda, organetto, flauti), la formazione comprende Ricky Serra (batteria), Dino Tron (fisarmonica, organetto, cornamusa), Enrico Gosmar (chitarra), Daniele Giordano (basso), Luca Biggio (sax), Mario Poletti (mandolino, bouzouki, banjo), Diego Vasserot (tromba).
Per festeggiare il quarto di secolo d’attività i Lou Dalfin pubblicano I Virasolelhs (I girasoli), sedici brani che trasportano l’ascoltatore tra le ghironde gipsy e l’elettronica, dalle feste occitane di paese fino al Sudamerica; raccontando di un mondo popolato da strani personaggi: corsari in motocarro, innamorati ubriaconi respinti, galeotti ribelli al largo della Provenza, graffitari delle notti valligiane, artigiani dalle sapienti e magiche mani, rugbisti dal cuore d’oc, amori a ritmo di danza. Tutto questo però avendo sempre uno spirito critico verso quest’epoca in cui tutto si compra e si vende. Ma è proprio il senso di ballo perenne, e di una gioia genuina e popolare, che traspare da questo disco che rinsalda il ruolo che i Lou Dalfin si sono ritagliati in questi anni, cioè quello di simbolo di un’identità basata sullo scambio con le realtà circostanti, un ponte culturale tra la pianura italiana e l’Occitania d’oltralpe, come dei novelli trovatori.
I Virasolelhs
Lou Dalfin
Musicalista, distr. Self
