di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

Bastano le prime righe dell’introduzione di Dario Fo per capire quanto sia naturale il creare musica e canzoni, e quanto possa infastidire: «Per cantare non serve niente. Non serve essere colti, né laureati. Non serve saper leggere o saper scrivere. Non serve neanche avere una bella voce… Forse è per questo che tante canzoni, quelle nate sottobanco, per strada, nei campi, nelle fabbriche e in altri posti disgraziati, hanno sempre fatto tanta paura al potere e ai suoi sgherri. […] E ovunque c’è sempre qualcuno, forbici alla mano, deciso a farle sparire». È semplice: la forma di cultura più popolare è a volte quella più tartassata dal potere, proprio perché ha facilmente presa sulla gente ed è difficilmente controllabile.
È proprio per monitorare quest’aspetto della censura che nel 1999 in Danimarca è nata l’associazione non governativa Freemuse, che si è prefissa lo scopo di raccogliere i dati e documentare gli abusi perpetrati nei confronti di compositori, esecutori e perfino pubblico. Così l’edizione del libro Sparate sul pianista! (a cura di Marie Korpe) raccoglie una parte significativa del lavoro di Freemuse, presentando le varie sfumature, più o meno esplicite, con cui la censura musicale può manifestarsi. L’osservazione tocca ben sedici diversi paesi del mondo: dall’Afghanistan al Libano, dal Sudafrica al Messico, comprendendo Turchia, Algeria, Francia, Zimbabwe, Israele, ma anche gli Stati Uniti post 11 settembre. L’Italia non viene presa in considerazione (ma sul sito di Freemuse – http://www.freemuse.org – si può trovare un dossier). Il curatore dell’edizione italiana, Vincenzo Perna, nella sua prefazione ci ricorda però che anche noi non siamo stati esenti da episodi di censura, che hanno coinvolto personaggi come Tenco, Guccini, De Andrè e, più recentemente, Eminem, Vasco Rossi, i concerti del Primo maggio e la copertina del mensile Il Mucchio Selvaggio, cassata dal distributore perché rappresentava in modo irriverente un noto politico-imprenditore nostrano.
Il potere si interessa così tanto alla musica innanzitutto perché porta avanti posizioni politiche scomode, ma anche perché testimonia l’esistenza di minoranze che si vogliono ignorare, dà spazio alla voce e alle rivendicazioni civili delle donne, convoglia pulsioni sessuali e istanze di libertà, è un veicolo che porta all’aggregazione degli individui. E questi sono solo alcuni aspetti che conducono governi e organi d’informazione (oggi sempre più contigui nel gestire il potere) a escogitare forme sempre più sofisticate e meno palesi per “cancellare” o mettere la sordina alla cultura musicale.
La lettura di Sparate sul pianista! è consigliata a chi ancora non si è omologato e vuole aprire gli occhi su realtà poco conosciute, scoprendo che forse la censura è più presente di quello che sembra.

Sparate sul pianista! La censura musicale oggi
A cura di Marie Korpe
Edt, 2007, € 16,50