di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
«Non esistono musiche per bianchi o musiche per neri» affermava alla fine del ‘900 Jonny Lang. E possiamo anche aggiungere che non esistono musiche adatte a ogni età, visto che il chitarrista di Fargo (North Dakota) aveva solo 16 anni quando arrivò al successo con questo disco (il secondo), dimostrando una notevole maturità artistica. Quelli che vedevano terminare il secolo erano anni in cui il blues non se la passava bene, e l’avvento di un giovane musicista bianco (e anche di bell’aspetto) fece quasi gridare al miracolo. Lang aveva iniziato a suonare la chitarra a 12 anni e da subito il suo maestro Ted Larsen riconobbe in lui un talento unico, che si rifaceva ad artisti come Albert Collins, Steve Ray Vaughan e Albert King. Così dopo solo 4 anni si trovò scritturato da una major pronto a dimostrare il suo valore. In Lie To Me Jonny esplora, soprattutto attraverso cover, il variegato universo sonoro del blues, che ben si sposa con generi a lui affini, come il rock e il rhythm’n’blues. Lang fa la scelta di utilizzare il meno possibile effetti sul proprio strumento, prediligendo un suono naturale, e mettendo anche in evidenza la sua giovanile, ma già molto bluesy, voce. È un album che si fa ascoltare in modo gradevole nella sua interezza, senza avere brani particolari che spiccano sugli altri.
Lie To Me
Jonny Lang
A&M, 1997
