di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

Destinato per stirpe regale a essere sopra tutti, e a lasciare ai griot il compito di essere musicisti e divulgatori di cultura e tradizioni nella ampia area che racchiude le nazioni dell’Africa occidentale, Salif Keïta ha scelto di essere contro, un po’ per scelta ma anche per costrizione. Di etnia mandinga, diretto discendente di Soundjata Keita, leggendario fondatore del Mali nel lontano 1240, Salif ha la sfortuna di nascere albino, perciò emarginato dalla famiglia e dalla società. Da questa “condizione” nasce però la sua passione per la musica, e dopo essere stato fondatore delle più importanti band di Bamako (Super Rail Band e Les Ambassadeurs), ed essersi rifugiato per motivi politici in Costa d’Avorio, nel 1984 arriva a Parigi per dare una svolta alla sua carriera. Qui riesce a trovare un’attenzione particolare per la sua musica, ma soprattutto verso la sua voce (definita la Golden Voice of Africa), che conquista pubblico e critica. Deve aspettare però fino al 1987 per incidere il suo primo disco “ufficiale”. Con Soro Keïta si presenta al pubblico con uno stile che mischia la musica tradizionale dell’Africa occidentale con quelli di Europa e Americhe, riuscendo nel migliore dei modi a far coinvivere strumenti come balafon, djembe, kora, con sassofoni, chitarre e sintetizzatori.

Soro
Salif Keïta
Mango/Island Records, 1987