di Elisabetta Gerardi e Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus e qui proposto in formato integrale pubblicato si amadeusonline.net)

Nils Lofgren è sempre stato una fedele spalla per tutte le rockstar con cui ha avuto la fortuna di collaborare nella sua lunga carriera, partendo da quando giovanissimo fu chiamato da Neil Young a partecipare alla registrazione di After the Gold Rush (e successivamente in tour con l’artista canadese), per poi affiancare Ringo Starr e infine diventare un’inossidabile colonna portante della E-Street Band di Bruce Springsteen: un sodalizio che dura ormai da 25 anni. Divenuto uno dei più apprezzati e versatili chitarristi rock, il musicista statunitense ha sempre guardato all’insegnamento musicale come una prerogativa della sua professione, tanto da creare all’interno del suo sito web una scuola di chitarra (con una sezione in italiano e spagnolo), destinata sia ai principianti che agli esperti. Così, incuriositi da questa “scuola”, l’abbiamo intervistato a giugno a Berna, durante il recente tour che l’ha portato in Italia; nazione a cui è legato in modo particolare, come lui stesso ci ha confermato. «Amo lavorare in Italia, i miei nonni erano originari della Sicilia e sono arrivati a Chicago quando erano adolescenti. Sono sempre molto emozionato all’idea di venire qui».

Un’educazione musicale classica, poi la scelta di intraprendere una strada diversa: per un musicista è importante studiare musica classica anche se poi si dedica a un altro genere?
«Non credo sia importante se ami il rock, ma studiare musica classica con grandi insegnanti può aiutare molto. Mi è servito soprattutto dedicarmi da bambino seriamente per 10 anni allo studio della melodia, dei contrappunti e dell’intreccio tra le diverse melodie. Quando ho preso in mano la chitarra e ho cominciato a suonarla avevo solo 15 anni, e a 17 (nel 1968) ero già sulla strada della professione. Questo non sarebbe stato mai possibile se non fosse stato per quegli anni di studio rigoroso della musica classica, che per me è stato un’enorme educazione al ritmo e alla melodia. Quindi quando mi sono indirizzato verso il r&r, e ho deciso di dedicarmi alla chitarra, è stato grazie a quei 10 anni di studio, che mi hanno messo in grado di cominciare una carriera».

Come è nato il progetto di una scuola di chitarra online?
«Negli anni ’90 ho partecipato al mio primo Rock and Roll Fantasy Camp in America per Mtv (un evento in cui musicisti di tutti i livelli possono suonare con i professionisti e imparare da loro, n.d.r.) e ho scoperto che insegnare mi piaceva. Ovviamente io amo la musica e suono da quando ho 5 anni: per molto tempo le persone sono venute da me durante i miei concerti, oppure quelli di Springsteen, Neil Young o Ringo Starr, e mi hanno confidato di voler imparare a suonare, pur non avendo magari nessun talento e nessun senso del ritmo. Mi rattristava pensare che questi ragazzi non avrebbero mai potuto realizzare il loro desiderio. Per diventare un musicista professionista hai bisogno di talento, fortuna, e molto di più, ma per suonare per divertimento e godere della musica, non c’è bisogno di talento e di ritmo, quello che ti serve è amore per quello che fai e un buon insegnante.
Nell’ultimo tour con Springsteen abbiamo suonato una canzone famosa, 
Because the night, e durante l’esecuzione ho fatto un lungo assolo di chitarra, che poi ho inserito sul sito in tre lezioni. In questo modo ho creato una sezione per l’apprendimento attraverso una serie di video-guide. Nel caso di Because the night mi rivolgo a un livello intermedio, cioè a persone che sanno suonare un po’, ma c’è anche un livello per principianti, per chi parte da zero, pensa di non aver talento e vuole suonare solo per divertimento. Quindi ciò che mi prefiggo è mostrare che sicuramente la musica richiede pratica, duro lavoro, ma che ci sono anche cose eseguibili con un dito, in modo facile. Così in ogni lezione cerco di fornire dei piccoli esempi e suggerisco a tutti di divertirsi. Quindi se sei stanco per il troppo lavoro, puoi fermati anche solo per 10 minuti e suonare la cosa che ti ho mostrato nel video, solo per divertirti. Sia che tu suoni solo per 10 minuti o per 10 ore, devi cercare di goderti la musica. Ed è questo che cerco di mostrare: la musica dovrebbe essere divertimento, senza aspettare anni di pratica con insegnanti, prima di poter godere del suo dono. Non è una gara, è un viaggio che puoi fare per tutta la vita, e io con questi insegnamenti voglio avvicinare tutti alla chitarra rock».

Perché sottotitolare la prima lezione in italiano e spagnolo?
«Abbiamo pensato che l’italiano e lo spagnolo fossero due buone lingue per partire, per avvicinarsi a un pubblico che amo particolarmente. È anche vero però che molte persone ormai parlano inglese e che le lezioni sono molto lente, semplici e chiare: probabilmente si può imparare anche senza capire ciò che viene detto. Nei video sono molto ripetitivo e spiego lentamente, mi avvicino molto alla telecamera per mostrare esattamente dove mettere le dita, ma ho pensato che per un esperimento l’italiano e lo spagnolo fossero perfetti. Questo ha molto a che fare col fatto che sono 25 anni che vengo in Italia in tour con Springsteen. Se la scuola avrà successo allora potremo pensare di attivare anche lezioni in francese, che viene parlato molto nel mondo. Ma attualmente le lezioni in italiano e spagnolo sono solo un esperimento per l’Europa. Speriamo che, grazie a persone come voi e la vostra rivista, gli italiani apprezzino lo sforzo e si vogliano iscrivere, così che abbiamo modo di continuare con le lezioni in italiano».

È dell’anno scorso la pubblicazione di un disco “solo”: The loner (Il solitario) con canzoni del repertorio di Neil Young. Strano per chi da anni fa parte di una grande famiglia come la E Street Band.
«Io amo moltissimo Neil Young, sono entrato nella sua band a soli 17 anni e lì ho imparato molto. Il cd è stata un’idea del mio manager e non ero sicuro che sarebbe stato un buon disco, così ho preso circa 30 canzoni delle mie preferite e le ho suonate ai miei cani e ai miei gatti per tre settimane. Dopo un po’ alcune delle canzoni hanno cominciato a suonare in maniera speciale, e ho capito che non ero interessato a produrre un album con una band, per cui ho pensato che se avessi inciso ogni canzone da solo con uno strumento, senza alcuna produzione, senza overdubbing, solo canto, chitarra o pianoforte, forse sarebbe stata speciale. Penso che questo sia accaduto, è il mio personale tributo a Neil Young e spero che la gente lo apprezzi».

Come hai selezionato le canzoni del disco?
«C’erano centinaia di canzoni che volevo inserire, ma ne ho selezionate inizialmente 30. Ma volevo che il progetto fosse carico di emotività, per cui non appena 12 di quelle canzoni hanno smesso di sembrare solo un buon karaoke e hanno cominciato a suonare più speciali, solo allora le ho immediatamente registrate. Perché fondamentalmente non volevo tirare alla lunga con mesi e mesi di lavoro, volevo che fossero immediate come quando ho suonato nel disco Tonight’s the night di Neil Young. Allora Neil e David Briggs (produttore del disco, n.d.r.) poco prima dell’inizio dell’incisione ci avvisarono: “Questo disco sarà registrato tutto dal vivo, nessuno aggiusterà niente, e sarà incentrato sulla voce di Neil. Dovrete anche suonare canzoni che non conoscete bene, non avrete nessun altra chance, non potrete aggiustare nulla”. Il punto era di essere sempre emotivamente coinvolti. E questo è quello che ho voluto per il mio disco, cioé prendere lo spirito di David Briggs, che e’ stato il mio mentore e fratello (morto qualche anno fa), e trasferirlo in The loner. Sento di aver preso sulle mie spalle il suo spirito, ed è per questo che gli ho dedicato il disco, perché ogni volta che suonavo un brano e mi rendevo conto che, al di là delle imperfezioni, trovavo in esso una componente che mi emozionava, allora capivo che non valeva la pena ritoccarlo.

Nel cd si ascoltano due strumenti particolari: un vecchio pianoforte Hardman e una chitarra speciale, una Martin D-18.
«Certamente. Il pianoforte che ho usato era di proprietà del padre di mia moglie Amy, che non l’ha mai conosciuto perché morì quando era molto giovane. Lui lo suonava per hobby e per divertimento, e ci è stato donato per il nostro matrimonio dalla zia di Amy. Invece la chitarra mi è stata regalata da Neil Young nel 1970, dopo la registrazione del disco After the Gold Rush, in cui ho suonato anche il piano e cantato. Io non possedevo una chitarra acustica, avevo una chitarra elettrica, una Fender Telecaster, ma lui voleva che suonassi la chitarra acustica in un paio di canzoni, e visto che non ne possedevo, me ne prestò una. Alla fine delle registrazioni me la lasciò, quindi nel disco è stata una scelta ovvia quella di usarla per interpretare le sue canzoni.
Comunque il mio approcio con il piano è stato un po’ strano. Ho studiato la fisarmonica dall’età di 5 anni e ho smesso quando ne avevo 14/15 anni. Quando Neil e David mi hanno chiesto di suonare il pianoforte, io gli dissi che non lo sapevo fare, ma loro mi convinsero dicendo: «Senti, suoni la fisarmonica da tutta la vita!. Noi abbiamo bisogno di qualcuno che interpreti delle parti molto semplici al pianoforte, siamo sicuri che ci riuscirai». Allora avevo solo 17 anni ed ebbero ragione. Era pazzesco che pensassero che potessi suonare il pianoforte perchè sapevo conoscevo la fisarmonica».

Eri molto giovane quando sei entrato nella band di Neil Young, come è andata?
«Ho incontrato Neil quando avevo 17 anni. Era il mio primo tour con la mia band di allora, The Grin. Stavamo per lasciare Washington D.C. per Los Angeles ed ero solito girare nei retropalchi dei concerti e chiedere consigli ai miei idoli musicali. Neil era in città con i Crazy Horse, era il suo primo tour con loro e lo fermai nel backstage e gli feci un sacco di domande. Fu molto gentile, e durante i 4 shows che fece gli rimasi accanto, seguendolo anche in hotel nei pomeriggi, facendogli sentire le mie canzoni. Fu molto paziente e mi supportò molto, e quando lasciò la città mi telefonò spesso dalle varie tappe del tour, incoraggiandomi. Sapendo poi che la mia band stava andando a Los Angeles, dove lui viveva in quel periodo (nel 1968), mi disse di passare a fargli un saluto, e così feci. In quel periodo la mia band si trovava in una fase altalenante, con produttori non molto capaci; così Neil e il suo produttore David Briggs cercarono di darci una mano, e naturalmente io passai a lavorare con David.

I Grin si esibivano al Corral, un famoso locale a Topanga (nella contea di los Angeles, n.d.r.) e Neil spesso veniva a suonare con noi e ci siamo conosciuti piuttosto bene anche grazie a David Briggs, che mi fece capire molto di Neil. Un anno dopo Neil mi chiese di suonare il piano, la chitarra e cantare in After the gold rush, che si rivelò poi un bellissimo disco».

Parliamo del tour con Bruce Springsteen che state attualmente facendo…
«Sì, stiamo facendo tantissimi stupendi show con Bruce. La band è al meglio di sempre, abbiamo un nuovo album con bellissime canzoni e comiciamo anche ad averne per il nuovo disco. Lo show è sempre diverso ogni sera, Bruce lo cambia tutte le volte ed è molto eccitante. Credo siano i migliori show mai fatti. Inoltre abbiamo due nuovi cantanti, che hanno collaborato con Bruce durante il tour delle Seeger Session, e visto che io sono anche uno dei cantanti della E-Street Band, per me è bellissimo poter avere due belle voci per creare nuove armonie, ed è anche divertente perché abbiamo modo di fare prove vocali ed introdurre così un suono nuovo per la band. Non vedo l’ora di venire in Italia perché, essendo metà italiano, sono orgoglioso e il pubblico da voi è uno dei migliori al mondo e ci aspettiamo grandi cose dagli spettacoli in Italia».

Ne siamo certi, non avete mai deluso il vostro pubblico
«Amiamo suonare in Italia. Mia moglie Amy che di solito non viaggia molto con me, perché abbiamo un figlio adolescente, 5 cani e un gatto e c’è molto da fare a casa e quindi è difficile per lei potermi seguire in tour, di certo verrà in Italia. Non vede l’ora di essere a Roma dove c’è la nostra prima fermata e poi a Torino e Udine. Penso che le date italiane saranno favolose»

Ogni sera suonate canzoni a richiesta da parte del pubblico. Come ve la cavate?
«Bruce ritira i cartelli. È divertente. Negli ultimi 3 mesi del tour precedente abbiamo cominciato a suonare pezzi a richiesta, spesso vecchie canzoni di Bruce, ma ora suoniamo canzoni che non abbiamo mai eseguito insieme: è pazzesco. È come suonare nel garage quando si è adolescenti, è un bel tentativo di fare qualcosa di improvvisato soprattutto per il pubblico. Siamo in 10, più 2 cantanti, quindi 12 persone. Abbiamo un’idea di come si eseguono le vecchie canzoni, ci aiutiamo con gesti e segnali, è spassoso e spontaneo. È speciale per il pubblico di ogni città, Bruce è sempre stato grande nei suoi show. Io compravo i biglietti per andarlo a sentire prima di far parte della band, ma ora sono orgoglioso di essere là fuori con lui, e sono convinto che stiamo facendo i migliori show della nostra vita».

Parlando del pubblico italiano, personalmente siamo stati negli Stati Uniti al Giants Stadium a vedervi in concerto, e abbiamo notato la differenza con il pubblico italiano. Come lo percepite voi dal palco?
«È molto divertente la cosa, perché in Italia il pubblico in generale ha molta più reverenza e passione, anche perché la possibilità di vedere Bruce è piu’ rara. C’è un’energia enorme nel pubblico italiano che non sempre trovi negli Stati Uniti. Mia moglie Amy è del New Jersey e i suoi amici le dicono sempre che il pubblico del Giants Stadium deve essere il migliore del mondo, e lei ride e gli dice: “perché voi ragazzi non sapete quanto è grande quello europeo, specialmente quello italiano”. Loro non capiscono, si sentono insultati, ma poi prima o poi qualcuno viene in Italia e vede la differenza.
Questa è la mia teoria: in Europa, in Italia, le persone crescono in generale vivendo un po’ più pacificamente, hanno vacanze più lunghe, pause più lunghe, vivono in maniera in generale più genuina. Naturalmente avete anche politici folli, uomini e donne d’affari molto aggressivi, ma in generale è tutto più tranquillo. Quello che succede è che le persone vengono al concerto per assorbire la musica, ogni singola nota. In America la gente ha 3 lavori, nessuno si prende delle pause, siamo presi dalla corsa al successo, così ossessionati nel lavorare duramente che quando vai a un concerto non è solo un concerto, ma diventa anche una rimpatriata con i compagni di liceo o di università: è come Natale, come avere 5 feste in una sola notte. Io lo capisco, perché quando compri un biglietto dovresti poter fare ciò che vuoi: sederti, alzarti, ballare, ridere, piangere: è un tuo diritto. Ma ciò che succede è, ad esempio, che ogni volta che suoniamo una canzone lenta, ci sono 5.000 persone, per la maggior parte uomini, che corrono a comprarsi un’altra birra o vanno in bagno, e questo perché dicono: “devo andare in bagno e tornare per la prossima canzone da ballare”. Mentre in Europa la gente viene a sentire la musica: è un concerto, non 5 feste in una sola notte. Ovviamente questa è una generalizzazione, amo suonare nel New Jersey, amo suonare ovunque la gente si diverta in qualche modo; ma l’Italia è famosa per la sua folla pazza e appassionata e siamo impazienti di venire a suonare».

Torniamo al problema dell’educazione musicale. In Italia lo stato dell’insegnamento della musica è molto critico, com’è la situazione negli Stati Uniti?
«Non molto buona. Ci sono alcune scuole che hanno capito che insegnare ai bambini è importante e si impegnano anima e corpo per questo. Ma in generale la presenza delle discipline artistiche nella scuola pubblica è molto esigua. In Arizona, dove vivo, i programmi musicali nelle scuole sono terribili, anche se capita una volta ogni tanto di trovare un istituto che capisca il valore della musica e dell’arte e prosegua sulla propria strada; in generale il sistema scolastico negli Stati Uniti non è molto buono. È imbarazzante da dire, ma è vero».