di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

La storia è epopea, popolata di eroi mitici che compiono azioni straordinarie. È la storia che si studia a scuola; o forse si studiava, ora annacquata da uno scialbo “politically correct”. Così da materia che a volte serviva a costruire, attraverso la narrazione romanzata, un’identità popolare che in altro modo sarebbe stato difficile ottenere, si è passati a elencare solo una piccola serie di nozioni e date, “bilanciate” per non scontentare nessuno.
E dunque quei colpi esplosi il 28 giugno 1914 a Sarajevo contro Francesco Ferdinando d’Asburgo-D’Este, sono sempre stati segnalati come l’atto iniziale della Prima Guerra Mondiale. Un gesto pieno di passione politica e patriottismo, servito alla propaganda guerrafondaia per giustificare i propri interessi. Forse è stato giusto così, perché quell’atto sconsiderato commesso da Gavrilo Princip (membro dell’organizzazione politico-rivoluzionaria Giovane Bosnia) ha permesso la nascita della nuova Europa, ma nel contempo la disgrazia della guerra che, tra morti, feriti e sfollati, travolse circa 38 milioni di persone. Il fronte italiano non si aprì subito, ma si dovette aspettare il 24 maggio 1915 perché il governo dichiarasse guerra all’Austria-Ungheria. Furono richiamati uomini provenienti da ogni parte del giovane regno, che molte volte non parlavano la stessa lingua, spesso comandati da inetti graduati, mandati allo sbaraglio per mire espansionistiche e di profitto.
A 100 anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale in molte regioni italiane (soprattutto del Nord) il suo penoso ricordo è ancora vivo, indelebilmente impresso tra le montagne e gli altopiani di tutto l’arco alpino e nelle menti dei discendenti dei soldati, attraverso i racconti (e a volte anche i silenzi dolorosi). A memoria di quegli anni rimangono un pugno di canzoni popolari che di generazione in generazione vengono tramandate. Tutto questo mondo lo conosce bene Massimo Bubola, avendo combattuto nella Grande Guerra due suoi prozii (Ottorino e Antonio, deceduti nel conflitto) e il nonno bersagliere, che ha insegnato al proprio figlio i canti di quell’epoca.
Il folk singer veneto a nove anni dalla pubblicazione di Quel lungo treno, torna con un nuovo capitolo (intitolato Il testamento del capitano) dedicato alla Prima Guerra Mondiale: «È la seconda tappa di un percorso nella musica popolare di area veneta. Ho voluto anche qui unire canzoni tradizionali, che hanno cento anni, con mie canzoni nuove, un po’ come in un film che accosta immagini di repertorio e immagini nuove, sotto un’unica regia». Bubola riprende e riarrangia, utilizzando le sonorità tipiche della tradizione folk rock statunitense, famosi brani tradizionali come Ta pum, Il testamento del capitano, Sul ponte di Perati, Monti Carpazi, Bombardano Cortina, La tradotta, e propone ballate inedite in cui, attraverso testi intensi e sonorità in qualche modo legate alla tradizione, riprende il tema della Grande Guerra (Da Caporetto al Piave, L’alba che verrà, Neve su neve, Vita di trincea). A chiusura del disco, Rosso su verde e Noi veniam dalle pianure cantati dal prestigioso coro ANA- Milano, diretto dal maestro Massimo Marchesotti.
Il folk singer veneto trova insomma il modo di proporci un album intenso e struggente in ricordo di quel tragico conflitto, atto di inizio del “secolo breve”, come definì lo storico e scrittore britannico Eric John Ernest Hobsbawm il periodo che va dal 28 luglio 1914 al 1991, anno della caduta e del conseguente dissolvimento dell’Unione Sovietica.

Il testamento del capitano
Massimo Bubola
Eccher Music, distr. Self