di Riccardo Santangelo
Il primo colpo arrivò preciso a spaccare il cellulare che teneva in mano. Il secondo si abbatté sulla sua spalla, all’altezza della scapola. Ma non ebbe modo di sentire il dolore. Il successivo lo colpì poco dopo su un braccio. Sentì l’osso spaccarsi e il braccio immobilizzarsi. Un altro colpo ancora sul cellulare ormai caduto a terra.
Il tempo pareva fermo, mentre quella maledetta mazza stava lavorando con un piano ben stabilito. Quasi scientifico. La percezione di quello schema ben orchestrato, lo ebbe quando un altro colpo gli frantumo un ginocchio. Ora era a terra con quest’uomo più grande di lui che lo guardava con ferocia e crudeltà.
Che cosa poteva succedere ancora? I loro occhi per un istante ebbero modo di inquisire i pensieri di quell’attimo. L’uno cercando il momento in cui poteva partire il prossimo colpo, l’altro frugando nelle pupille atterrite dell’uomo a terra, quanto la lezione poteva bastare.
Poteva bastare? La sua piccola vendetta sarebbe stata chiara? Non c’era bisogno di infliggere un altro colpo. Di fermarsi prima di aver abbattuto la mazza sulla testa. Perché questo avrebbe voluto fare. Però per sicurezza non si fermò. Voleva essere sicuro che il messaggio arrivasse bene e chiaro. Un altro colpo dritto, con estrema violenza si abbatté sul cellulare. Se i colpi precedenti non l’avevano distrutto, questo lo frantumò, proiettando i pezzi lungo tutto il marciapiede.
La botta fu così violenta che scheggiò la mazza. L’uomo a terra si trovò a guardarla proprio nel punto in cui il legno si era spaccato. E un pensiero lo attraverso: «Ora dovrebbe fare più male se mi colpisce con quell’angolo rotto». Si rese conto di avere più pensieri che dolore. Il terrore lo stava anestetizzando. Anche se avesse voluto non avrebbe potuto alzarsi. Quindi poteva solo aspettare il prossimo colpo, guardando in faccia quell’uomo sconosciuto.
I respiri nell’aria fredda si fecero più pesanti e visibili. Si inseguivano all’unisono. Quando inspirava l’uno, l’altro espirava. Così al contrario nell’attimo successivo. L’uno cercando di decidere se infierire un’altra mazzata o calmarsi; l’altro per alleviare il terrore e il dolore.
Gli attimi passarano nella differenza dell’attesa. Poi il silenzio venne interrotto. «Credo possa finire qui. Così la prossima volta ci penserai due volte a rompermi le palle con quel cellulare davanti alla mia faccia per tutto il concerto».
Non aspettò risposta. Due passi e l’uomo era già sparito nella nebbia.
