di Riccardo Santangelo

Era arrivata al limite e non avrebbe potuto resistere di più. Quella corsa a perdifiato, con l’ansia di essere raggiunta le aveva spezzato il respiro. E le gambe, irrigidite per lo sforzo immediato che la corsa le aveva richiesto, ora le facevano male. Aver trovato quel portone, quell’atrio, quella rientranza tra i palazzi, o come si volesse vedere un luogo dove rifugiarsi, l’aveva salvata. Lo scalpiccìo dei passi degli inseguitori pareva ormai lontano, così avrebbe potuto riposarsi qualche minuto. Rimanendo però sempre allerta se fossero tornati indietro, o per qualche altro movimento.
Non era la prima volta che si trovava in quella situazione, ma in questo frangente la possibilità che venisse catturata era stata molto prossima. Era diversi anni che faceva quel mestiere; prima adescando i clienti per strada, poi con il passare del tempo ricevendoli a casa, oppure recandosi lei stessa nelle loro ville.
Un mestiere che era diventato illegale da quando il Comitato Centrale dell’Unione aveva proibito, in qualunque luogo della terra e in qualunque forma, la musica e le professioni a essa connesse. C’era stato un tempo in cui la musica era intrattenimento e forma d’arte. Un luogo dell’anima dove rifugiarsi. Suo padre le aveva raccontato che in un’epoca neanche troppo lontana, la musica era in ogni spazio, tanto da essere quasi “invisibile” come l’aria. Si ascoltava nelle proprie case, nei grandi magazzini, in ospedale, nei bar, negli aeroporti, nelle stazioni, nelle fabbriche e negli uffici; sia quelli pubblici che quelli privati. Era così diffusa che “sfondava” i muri e si impossessava anche dei luoghi all’aperto: strade, giardini, parchi. E proprio per questa sua diffusione che qualcuno decise di sfruttala per condizionare la vita delle persone. Lentamente all’interno della musica vennero inseriti alcuni messaggi subliminali, con l’intento di agire sulla mente e controllare i bisogni e le volontà della gente.
L’allucinante progetto però non arrivò al suo compimento definitivo, e per volere dell’allora nascente Comitato Centrale dell’Unione, che avrebbe riunito sotto un unico organismo tutti i governi mondiali, questa manipolazione venne fermata. Ma l’intervento del sommo organismo fu definitivo, vietando completamente la possibilità di creare e fare musica e diffonderla. Era più facile vietare del tutto che riformare.
La repressione fu immediata. Nacquero i centri di rieducazione per chi veniva colto a trasgredire. Gli strumenti di diffusione della musica vennero aboliti e creato un sistema di controllo efficientissimo: in nessun modo si poteva sentire e fare musica. Il completamento del programma di distruzione fu lento, ma ora per le strade gli unici suoni che si potevano udire erano quelli della vita quotidiana.
Questo è quello che le cronache raccontano. Ma come spesso accade dove c’è una proibizione assoluta, qualcuno cercherà di aggirarla.
Non passò molto tempo che una piccola rete di “nostalgici” si creò con il passaparola. Scantinati, garage e luoghi abbandonati divennero i centri della nuova carboneria. Chi aveva l’ardire di radunarsi lì, lo faceva sfidando la polizia. Si ritrovavano prima senza l’utilizzo di strumenti, solo cantando, poi accompagnandosi con qualche attrezzo artigianale. Così riportarono in vita un’arte quasi dimenticata, che solo l’intraprendenza e il ricordo di qualcuno aveva tramandato.
Sandy quell’arte l’aveva scoperta per caso appena adolescente. Sua madre le aveva chiesto di scendere per buttare via la pattumiera, e lei aveva ubbidito. Passando di fianco a una finestra che dava sulle cantine, lasciata inspiegabilmente socchiusa, si bloccò nel sentire arrivare da lì uno strano suono. Intravide delle persone che cantavano. Si fermò ed ebbe paura, sentendo quella cosa inedita per le sue orecchie; ma ne rimase affascinata. Con il tempo quello divenne l’unico posto in cui si sentiva bene. Imparò a cantare e si impadronì di un repertorio vasto, che le dava l’opportunità di esibirsi spesso. Sempre però in luoghi nascosti.
Fu un suo amico che le fece capire che quel suo dono poteva darle la possibilità di guadagnare, ma lo doveva fare da fuorilegge. C’era molta gente che cercava per il proprio divertimento musicisti da portarsi a casa. Così verso i vent’anni, mentre per tutti era una studentessa modello, di nascosto iniziò a fare la professione della cantante. I primi anni lo fece mettendosi su una strada e aspettando che le macchine si fermassero. Poi trovò casa e iniziò a fare la professione lì, affidandosi a una rete di collegamento clandestina. Sandy era brava e non passò molto che poté entrare in un giro di ricchi signori che “affittavano” musicisti per le loro feste. Pareva paradossale, ma alcune volte, in quei luoghi, si poteva ritrovare chi aveva deciso di bandire la musica, oppure chi doveva controllare che essa non venisse eseguita.
Andare alle feste iniziava a piacerle molto. Era un luogo più controllato, dove il pericolo e la paura di essere presi era lontana. Ma a volte Sandy aveva nostalgia della strada. Così era successo quella sera. Tornata a casa dal suo lavoro di impiegata, le era venuta voglia di cantare. In macchina non poteva farlo, perché in ognuna di esse era presente un rilevatore di suono. Così aveva preso l’automobile e si era spostata in una zona che frequentava poco. Si era messa sul ciglio della strada, aspettando che qualcuno si fermasse. Ma la ronda della polizia era comparsa quasi subito e lei non aveva avuto il sangue freddo di mischiarsi con le puttane, che erano rimaste impassibili, e aveva deciso di fuggire. Il suo buon allenamento le aveva permesso di scappare e di seminarli. E ora poteva uscire da quel suo rifugio e andarsene. E magari mischiarsi con le puttane. Loro sì facevano un mestiere legale, approvato dal Comitato Centrale dell’Unione. Non come lei.