di Riccardo Santangelo
13/12/2015
Voi non sapete quanto ho sempre odiato il Natale. Ho iniziato ad averne piene le scatole da quando i regali in famiglia si sono iniziati a decidere a tavolino. «Tu quest’anno di cosa hai bisogno?». «Ma che ne so mamma… Un paio di calze». Poi sono arrivati i bambini e con esso pensavo che ritornasse il gusto del Natale. E invece nulla. È bastato poco che questi mostriciattoli possedessero più giochi di quanti io ne abbia avuti in tutta la mia vita. E ne pretendevano sempre di più.
Ora in questa vigilia, con questa pistola puntata in mezzo agli occhi, la sensazione che il Natale non mi piaccia si sta acuendo, e anche il mio amore per gli “uomini in erba”, inizia a vacillare. Sarà forse anche per quello sguardo che mi minaccia da dietro la canna. E pur sempre un bambino, pensavo, ma gli occhi, l’espressione, il sorriso, tra l’innocente e il malvagio, non mi rassicurano. Anzi mi inquietavano. Un bambino, una pistola e questa situazione che d’improvviso mi sta sfuggendo di mano.
È successo tutto in fretta. Ha visto che scostavo la giacca e con un gesto fulmineo si è impossessato della pistola, puntandomela subito in mezzo agli occhi, gridando: «Ora sparo e ti faccio scoppiare il cervello». Oppure: «Non vedrai Babbo Natale scendere dal camino». Non ricordo bene. Ma ho subito pensato che avrei dovuto nascondere meglio la pistola, o che forse avrei dovuto avere un po’ più di accortezza. E subito dopo la mia attenzione si è rivolta verso quella canna minacciosa, al dito che sfiorava il grilletto, al calcio nelle sue mani, e ancora oltre a quegli occhi che non mi rassicuravano per nulla.
Ecco. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, quelli lì cosa volevano farmi vedere? Non riconoscevo in essi nulla che potesse portarmi a come ero io alla sua età. Ma io, alla sua età, non mi sarei mai sognato di puntare una pistola in faccia a un’altra persona. E poi, dove può aver imparato a maneggiare le armi e a parlare così un bambino? Dalla televisione, da internet o da qualche film americano. Dalla valanga di violenza, più o meno mascherata, di cui si è nutrito da quando è nato. Però questo “cibo” l’abbiamo succhiato pure noi, ma i nostri anticorpi hanno lavorato meglio. O forse mi voglio convincere che così è stato.
Sentendo la canna della pistola sfiorarmi, avrei preferito che mi gridasse in faccia ancora qualcosa. E invece il silenzio riempiva lo spazio tra i suoi occhi, la mano che teneva saldamente il calcio, il dito che stuzzicava il grilletto, la canna, i miei occhi e i miei pensieri.
Proprio un killer ragazzino dovevo incontrare la vigilia di Natale? O forse solo un piccolo delinquente, annoiato dall’ennesimo videogioco in cui finzione e realtà, si mischiano pericolosamente. Ecco, forse aveva appena posato il joystick e si era improvvisato protagonista di un’avventura fuori dalla realtà. O forse no, ed era reale.
Il saperlo non poteva farmi uscire da questa situazione. Ma in qualche modo dovevo risolverla o, ne ero certo, quello mi avrebbe sparato. E la cosa mi avrebbe infastidito, visto che ancora non mi aveva detto il motivo per cui morivo.
La soluzione arrivò inaspettata da una voce dall’altra stanza. «Simone smettila di fare lo stupido con lo zio e posa quella pistola di cioccolato, che ora di andare a tavola».
Non mi ridiede mai la pistola e mi chiese pure se gli avevo portato le caramelle.
