di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
La copertina realizzata da Robert Mapplethorpe è già un manifesto programmatico. Immortalata in abiti maschili (quasi alla Frank Sinatra), lo sguardo di sfida verso l’ascoltatore, pronta a spiegarti il proprio credo (un po’ poetessa maudì, un po’ sacerdotessa) Patti Smith pone le basi del nascente punk rock che proprio in quegli anni iniziava ad affermarsi, trovando adepti soprattutto in quelle band che ritenevano che la spinta rivoluzionaria ed evolutiva del rock fosse morta. Horses è il passaggio fondamentale per l’impulso innovativo verso la trasformazione di questo linguaggio. In esso si possono trovare commistioni tra recitazione “free form” e musica; dove il testo diventa il punto di partenza per la costruzione dei brani, che vengono espansi e dilatati partendo dalla forma “parola” e utilizzando la musica come rafforzativo di essa. In questo disco d’esordio Patti Smith sembra avere come punti di riferimento Arthur Rimbaud e Keith Richards, e apre prendendo in prestito la musica del pezzo Gloria di Van Morrison e proclamando: «Jesus died for somebody’s sins but not mine». Quello che segue è rock ‘n’ roll e “spoken poetry”, rivisti con gli occhi innovativi di una poetessa del Greenwich Village newyorkese.
Horses
Patti Smith
Arista Records, 1975
