di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

A metà degli anni ’80 il Sudafrica era nel pieno dell’era dell’apartheid e da poco anche i governi e l’opinione pubblica internazionale avevano iniziato ad accorgersi del problema, anche grazie alla canzone Sun City che il musicista statunitense Little Steven incise per raccogliere fondi per la lotta contro l’apartheid. Ma ancora di più riuscì Paul Simon andando a incidere una parte dell’album Graceland direttamente in Sudafrica.
Stregato dalla musica di alcuni gruppi “neri” dello stato africano, che ebbe modo di ascoltare da una cassetta ricevuta da un amico, decise di recarsi sul posto. Tornò negli Stati Uniti con quattro dei pezzi che formarono la tracklist di uno degli album fondamentali nella storia delle contaminazioni sonore. Le successive incisioni vennero fatte negli Usa, coinvolgendo circa quaranta tra musicisti, gruppi musicali e vocali, sia sudafricani che statunitensi. L’esito fu un disco in cui l’arte della scrittura occidentale trovava un magico equilibrio con i ritmi e i colori della musica tribale sudafricana. Per capirlo basti ascoltare pezzi quali The Boy in the Bubble, I Know What I Know, Diamonds on the Soles of Her Shoes, Homeless e All Around the World or the Myth of Fingerprints.

Graceland
Paul Simon
Warner Bros. (Warner), 1986