di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

Nelle sue vene scorre il sangue americano delle popolazioni che hanno abitato quelle terre prima della mattanza post-Colombo. In verità Robbie Robertson è un “mezzosangue” (termine orribile in voga nei film western fino agli anni’80): padre canadese e madre indiana Mohawk. Iniziò ad avvicinarsi presto alla musica, durante gli anni di vacanza nella Six Nations Reserve in Ontario; e quelle esperienze musicali lo segnarono profondamente. Robertson è sicuramente più noto come componente del gruppo The Band: compagni di palco di Bob Dylan per molto tempo, e una degli ensemble più importanti della musica rock. Quando si stancò dell’avventura con il gruppo si riavvicinò alle sonorità da cui proveniva, è trovò il coraggio di concepire un disco “delle radici”. «Ho inseguito per anni un sogno: quello di registrare un album di musica dei nativi d’America. Ma non avevo nessuna intenzione di farlo solo per togliermi uno sfizio; sentivo l’esigenza di realizzare un qualcosa che fosse di grande impatto emotivo ma, al tempo stesso, rispettoso della cultura indiana». E il grande impatto c’è. Così brani etnici (come Mahk Jchi, Cherokee Morning Song e Ancestor Song) trovano senso accostati ad altri influenzati dal rock (Ghost Dance, Golden Feather, Skinwalker), creando un’ottima sintesi fra rigore etnomusicologico e facilità d’ascolto.

Music for The Native Americans
Robbie Robertson & The Red Road Ensemble
Capitol, 1994