di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

Con il passare degli anni, chi è nato prima ed è magari già nonno o padre, ripete ogni tanto: «Però ai miei tempi questo si faceva meglio». A questo la musica non è mai sfuggita, e non parliamo solo di “canzonette”. Questo scontro generazionale si allarga a tutto lo spettro musicale, tanto da inasprirsi sempre più alzando il livello “colto” della fruizione sonora. A salvarci arriva una generazione (che magari giovanissima non è più!) di critici, studiosi della materia, magari anche valenti musicisti e compositori, prodotto di studi accademici e di passione senza pregiudizi. Come Paolo Tarsi: compositore, musicista, giornalista, scrittore, che nel 2018 ha pubblicato sia un libro che un disco, entrambi di ottima fattura: manifesto evidente che ogni generazione può portare nuova linfa vitale al nostro tempo. Così nel libro L’algebra delle lampade: Musica colta da culture incolte (Ventura, Senigallia, pagg. 256, € 15,00) Tarsi raccoglie alcuni suoi scritti, divisi tra recensioni di album di musica contemporanea (ma non solo), interviste a protagonisti della scena progressive, new wave, nu jazz e hip hop e un elenco di composizioni “colte” che costruiscono un almanacco musicale in cui si sottolinea l’influenza che hanno avuto le avanguardie musicali sui linguaggi pop.
Ma forse la vera essenza di Tarsi si può trovare nel doppio cd A Perfect Cut in the Vacuum (Anitya Records/Rebirth/Acanto). Interagendo con ospiti di prima grandezza, quali Nick Judd, Hoshiko Yamane, Lothar Manteuffel, Fernando Abrantes, Emil Shult e altri, il musicista marchigiano si è voluto confrontare con gli aspetti più elevati della produzione sperimentale degli ultimi decenni. Così nel primo disco si esplora il suo mondo compositivo che comprende tra i vari aspetti anche «un’indagine sonora che esplora quel senso di ansia del vuoto innato nella natura umana», e che trova contrapposizione tra «un’horror vacui che gli uomini primitivi cercavano di colmare riproducendo immagini di scene quotidiane sulle pareti delle caverne, […] e l’uomo di oggi saturo di imput mediatici, che generano una sorta di horror pleni». L’altro disco, sottotitolato Artificial Intelligence, va alla ricerca di «un perfetto equilibrio tra sperimentazione e attitudine pop». Un lavoro molto complesso, che dimostra che “colto” è un aggettivo che può essere applicato in molti universi sonori.