di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
L’era reaganiana era appena iniziata e con essa la potenza esplosiva dei videoclip, pieni di colori e grafica. In Italia fu la trasmissione Mister Fantasy, presentata da Carlo Massarini, a rendere popolare questa nuova forma d’arte visiva. Così tra le immagini sfavillanti a supporto delle canzoni trovò modo di farsi largo il video in bianco e nero dove il suono di un’armonica era protagonista. Il brano era Atlantic City, il singolo che l’allora già affermato (ma non ancora rockstar planetaria) Bruce Springsteen scelse per pubblicizzare il suo sesto album, quello più intimista. Infatti Nebraska è un disco che arriva inaspettato nella carriera del songwriter statunitense: registrato da solo, con chitarra (elettrica e acustica) e armonica, su un quattro piste portatile. Doveva essere solo una traccia per l’eventuale sviluppo “full band” da registrare in studio; si scelse poi di non apportare nessuna modifica, lasciandolo “lo-fi”. Dieci brani che sembrano essere stati scritti per altrettante sceneggiature cinematografiche (si ascoltino i brani sopracitati e My Father’s House, Johnny 99, Highway Patrolman), dove la vena da folksinger di Springsteen trova l’espressione più autentica. E dove (ma questo lo si saprà parecchi anni dopo), la depressione che si stava manifestando in lui, mostra il lato più cupo, ma geniale.
Nebraska
Bruce Springsteen
Columbia Records, 1982
