di Riccardo Santangelo
(pubblicato su amadeusonline.net – Speaker’s Corner)
Ci sono personaggi il cui mito si fortifica con gli anni che passano. Venerati in vita come profeti di nuove vie, e dopo la morte, avvenuta quasi sempre in giovane età, diventati veri e propri punti di riferimento. A questa categoria appartengono sicuramente individui come Elvis Presley, Jeff Buckley, Maria Callas, Glenn Gould. A rinnovare la mitizzazione del pubblico per certi personaggi contribuiscono sicuramente la scelta delle major di ripubblicarne, con iniziative più o meno riuscite, i “classici” o le “outtakes” in concomitanza di anniversari o commemorazioni.
Proprio a questo proposito, in questi giorni, Sony Classical e Legacy Recordings pubblicano il cofanetto di tre cd Glenn Gould: A State of Wonder, in cui vengono riproposte le registrazioni delle Goldberg Variations di Johann Sebastian Bach, che il pianista canadese ha inciso nel 1955 e nel 1981. L’iniziativa fa parte delle celebrazioni per commemorare un doppio anniversario: il settantesimo dalla nascita (25 settembre 1932) e il ventesimo dalla morte (4 ottobre 1982).
È la prima volta che le due incisioni vengono pubblicate insieme: la registrazione del 1955 è stata brillantemente rimasterizzata e l’esecuzione del 1981 è stata meticolosamente ricostruita partendo dai nastri analogici originali, ma utilizzando le più sofisticate tecniche che oggi offre la tecnologia digitale (con un notevole miglioramento rispetto ai primitivi circuiti elettronici dell’epoca). A completamento del cofanetto, sarà incluso un terzo cd in cui vengono proposti stralci dalla sessione di registrazione in studio del 1955, e una rara intervista di Tim Page con Glenn Gould, che non era mai stata disponibile in precedenza.
Ed è proprio Page (critico vincitore di un premio Pulitzer e profondo conoscitore di Gould) a spiegarci, nelle note di copertina, perché sono così importanti le interpretazioni delle Goldberg Variations del pianista canadese: «Nel periodo tra queste due splendide performance Gould ha registrato circa 50 ore di musica, ma niente può eguagliare la leggenda delle due Goldberg, che entrerebbero entrambe di diritto in qualunque lista ideale dei più influenti dischi pianistici del ventesimo secolo».
L’incisione del 1955 delle Goldberg Variations fu il primo disco registrato dal pianista a soli 22 anni e fu un sorprendente successo che lanciò Gould nel firmamento dei grandi, tanto da scomodare per lui l’appellativo di “genio”. Ma lo stesso pianista canadese, di carattere schivo e ironico, si è sempre difeso da questa definizione dicendo «…se utilizzo il termine “genio” mi riferisco in genere a persone morte da diversi lustri e quasi sempre a compositori […] non ricordo di averlo mai applicato a un pianista, per cui io non lo merito in nessun caso».
Ventisei anni dopo, nel 1981, dopo decine di lavori importanti, Gould è tornato alle Goldberg Variations e ha registrato una nuova versione del capolavoro bachiano, più lunga di quasi venti minuti rispetto a quella del 1955 e totalmente differente. In essa si ritrova il mondo ideale per Gould, quello della sala di registrazione. «Optando per la registrazione» affermava il musicista «o meglio per i media in generale, ho optato per l’avvenire […] La sala da concerto, il teatro rappresentano il passato […] Mi è impossibile separare la sala di registrazione dalla mia vita personale: tutta la sicurezza codificata che mi trasmette è parte integrante della mia vita».
Al di là della riproposizione di registrazioni datate (con l’aggiunta del terzo cd, forse un po’ troppo per cultori), il cofanetto A State of Wonder riporta in primo piano il binomio Bach-Gould. Binomio che ha aperto nuove vie nell’approccio al modo di suonare il pianoforte della seconda metà del secolo scorso, e che lo stesso pianista spiegava così: «…nessuno ha mai swingato meglio di Bach […] La musica di Bach cade sempre perfettamente sotto le dita».
Glenn Gould: A State of Wonder
Glenn Gould
Sony Classical / Legacy Recordings, 2002
