di Riccardo Santangelo
(pubblicato su amadeusonline.net – Speaker’s Corner)
Per cominciare sedetevi comodi e inserite Kind of Blue (l’album) nel vostro lettore cd (o se siete fortunati mettete il vinile sul piatto del vostro giradischi). Adesso che le note di So What inizieranno a diffondersi nella stanza iniziate a leggere il libro di Ashley Kahn; in questo modo scoprirete, attraverso una cronaca minuziosa e appassionante, gli antefatti, i luoghi, gli uomini che hanno permesso la nascita di un capolavoro.
Ashley Kahn è un giornalista che collabora con testate quali “New York Times”, “Rolling Stones” “Mojo” e che, grazie ai dirigenti della Columbia, ha avuto modo di ascoltare i nastri originali e visionare parecchio materiale riguardante le due sedute di registrazione del 1959. Da questa sua ricerca lo scrittore statunitense parte per ricostruire le “spinte propulsive” che hanno portato Miles Davis (con la collaborazione di musicisti del calibro di Julian “Cannonball” Adderley, John Coltrane, Wynton Kelly, Bill Evans, Paul Chambers, Jimmy Cobb) a incidere l’album più famoso e venduto della storia del jazz (negli Stati Uniti se ne acquistano ancora in media 5.000 copie la settimana).
Questo libro, oltre a essere un documento prezioso, porta avanti la tesi che Kind of Blue non sia stato concepito come un album di cesura totale con il passato; ma, al contrario, coglie il genio di Davis, che si confronta e ripensa alle sue radici stilistiche, derivanti, oltre che dall’arte jazzistica, anche da un’attenta passione e analisi della musica del ’900. In quegli anni, infatti, il musicista statunitense ascoltava e studiava Khacaturjan, Stravinskij, Rachmaninov, Berg, Prokof’ev, Ravel, ma anche Brahms; e proprio partendo da queste frequentazioni (le stesse di Bill Evans e di altri jazzisti), Miles costruisce un disco introducendo nel linguaggio jazzistico la modalità e l’impressionismo. Lo stesso Davis ci aiuta a comprendere la trasformazione: «Quando Gil [Evans] fece l’arrangiamento di Loves You, Porgy [1958] mi mise davanti soltanto una scala. Niente accordi. In questo modo hai più libertà e una maggiore possibilità di sentire qualcosa di diverso. Quando prendi quella strada puoi andare avanti all’infinito. Non devi più preoccuparti del cambio degli accordi e puoi lavorare in modo più sciolto con la linea [melodica]. È una specie di sfida, per vedere quanto riesci a inventare su una melodia. Quando basi tutto sugli accordi, sai che dopo trentadue battute la successione armonica finisce e non ti resta altro che suonare di nuovo, con qualche variazione, quello che hai appena fatto».
Come vien ben descritto nel libro di Kahn, chi ha partecipato alle due sedute di registrazione (effettuate il 2 marzo e il 22 aprile 1959 in una chiesa greco ortodossa sconsacrata di Manhattan, riadattata dalla casa discografica a sala di registrazione), non si rendeva conto di cosa stava nascendo, di stare in quel momento creando un nuovo modo di intendere il jazz. In seguito questa “rivoluzione” ha contaminato anche l’approccio esecutivo di altri generi musicali, come testimonia Duane Allman (chitarrista dell’omonima rock band), intervistato nel 1969 dal critico Robert Palmer: «Il mio modo di fare gli assoli è influenzato da Miles e Coltrane, e in particolare da Kind of Blue. L’ho ascoltato così tante volte che negli ultimi due anni mi è sembrato di non aver sentito altro». Ma questo album non guarda solo “avanti”, perchè in esso c’è anche qualcosa di “primitivo”, come racconta il trombettista sudafricano Hugh Masekela: «Era il più semplice degli stili jazz… con un sacco di colori africani. In quel disco [Davis] era riuscito a far convivere in modo fantastico sonorità moderne con qualcosa di molto primitivo. Avvertivo profonde somiglianze con la musica del Congo».
Per chiudere, un fatto curioso: l’album più famoso e venduto della storia del jazz, che ha reso immortale Miles Davis (e ha arricchito lui e la casa discografica), è stato inciso in sole due sedute, con i musicisti pagati con la tariffa sindacale (64,67 dollari al giorno).
Ora, se avete seguito il mio consiglio di leggere questo libro (corredato da numerosissime foto) mentre ascoltavate il disco, il vostro “viaggio” è terminato. Vi troverete così ad avere visitato un “luogo” incantato, avendo avuto una preziosa guida per capirlo.
Kind of Blue. New York, 1959.
Storia e fortuna del capolavoro di Miles Davis
Ashley Kahn
Il Saggiatore, 2004, pagg. 224, € 29,00

