di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
Non è facile muoversi nell’ambito del pop-jazz d’autore avendo un nome italiano, perché il raffronto con le più famose interpreti internazionali viene spontaneo. Cecilia Finotti sembra però non avere paura del confronto: con Nevermore confeziona un album di brani scritti da lei in inglese (tranne l’evergreen Stormy Weather) e costruisce, con il chitarrista Mauro Campobasso, un suono di ‘confine’ dove si ha la percezione di viaggiare all’esplorazione di diversi territori stilistici.
«Ogni canzone» spiega la Finotti «si aggancia alla successiva aprendo una porta su diverse dimensioni emotive, contraddittorie, come lo sono i comportamenti e gli animi degli esseri umani, ma non in contrasto tra loro». Più che al jazz (genere in cui si è formata), la cantante bolognese si rifà a tonalità specifiche della nuova generazione di voci nordiche, come l’inglese Beth Gibbons (in Happiness) o le islandesi Bjork (Invisibile Enemy) e Emiliana Torrini (Silent Wind).
Nevermore
Cecilia Finotti
Soul Note (IRD), 2004
