di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

Della monumentale opera di Leonardo Colombati (La canzone italiana 1861-2011) sulle pagine di questo mensile ne ha già parlato Paolo Prato lo scorso mese. Ma proprio da questi due immensi tomi, e la proliferazione di molti libri analoghi (di dimensioni più ridotte), si può partire per capire se gli studiosi stanno mettendo ordine alla produzione della musica nostrana perché è arrivata a un punto morto o perché finalmente, anche in ambiente colto, si è giunti alla consapevolezza del valore di questa produzione artistica. I volumi di Colombati sono l’esempio lampante di un punto d’arrivo: concepiti come un’antologia, quasi a modello scolastico, con divisione in periodi storici e singoli cantanti, sono supportati da piccoli saggi introduttivi. Di certo molte scelte fatte dall’autore possono risultare poco gradite o forzate (lui stesso lo ammette), ma da esse si può partire per capire l’importanza dell’evoluzione della forma canzone nel panorama culturale italiano. Un’evoluzione che, osservando i gusti musicali delle nuove generazioni, forse è arrivata a un punto morto; e anche per questo i volumi di Colombati possono risultare d’aiuto negli anni a venire, purché supportati da altri lavori più specifici che diano una lettura diversa delle scelte dell’autore.

La canzone italiana 1861-2011
Leonardo Colombati
Mondadori-Ricordi, 2011, pag. 2904, € 78,00