di Riccardo Santangelo
(pubblicato su amadeusonline.net – Speaker’s Corner)
Lo ammetto, non è facile per me parlare di Fabrizio De André. Subentra quel timore reverenziale che separa l’“allievo” (inteso come “apprendista spirito libero”) dal “maestro”, tra chi sa che deve imparare ancora molto e chi, ogni volta che lo ascolti, riesce a comunicarti qualcosa di nuovo, insegnandoti a vedere le cose da altre prospettive.
Su Fabrizio si sono versati innumerevoli litri d’inchiostro e forse ancora nessuno è venuto a capo della magia che le sue canzoni riescono a trasmettere; riuscendo a bucare spazio, tempo e coscienze, lasciandoti con molti dubbi. Perchè il bravo poeta ti deve trascinare nel suo mondo, ma non spiegarti tutto; deve saper abbozzare l’immagine lasciandoti la prospettiva e la possibilità di definirla, facendoti vedere la propria angolatura, e trasmettere il seme del dubbio che oltre a quello ci sia dell’altro. Faber sapeva disegnare universi apertamente reali, in cui le prospettive si ribaltavano, così da far scoprire mondi fatti di parole e suoni che da sempre sono stati lì, ma che solo l’innocenza degli ultimi della terra, anime pure e salve, poteva portare in superficie.
Scusate, forse mi sono fatto prendere dall’entusiasmo, ma con De André è facile cadere nella trappola. Se ascoltare un suo album vuol dire entrare in contatto con veri e propri libri poetici messi in musica, con la raccolta In direzione ostinata e contraria ci si avvicina a un percorso di storie e ballate in cui si può ritrovare l’intero spirito anarchico europeo, figlio delle utopie del secolo scorso e di quelli precedenti.
Sicuramente il modo migliore per conoscere De André è quello di scoprirlo ascoltando interamente ogni suo album: infatti non si può cogliere a pieno lo spirito di un capolavoro come Non al denaro non all’amore nè al cielo soltanto dai brani singoli. Quel disco è un “libro” (infatti è derivato dall’Antologia di Spoon River di Lee Masters), e nella sua interezza deve essere “letto”. Ma In direzione ostinata e contraria ha il merito di mostrare “a nudo” l’arte di Fabrizio, cioè spogliandola dei vari orpelli di masterizzazioni, rimasterizzazioni e sovraincisioni, che in età recente hanno appesantito le nuove edizioni dei suoi lavori. Grazie alla volontà di Dori Ghezzi e la supervisione di Gian Piero Reverberi, come nel restauro della Cappella Sistina, si è voluto togliere le “braghe” apposte in epoca successiva, facendo rinascere a pieno il suono delle origini, che magari risulta meno pulito, ma sicuramente più autentico e ricco del “fascino dell’imperfezione”: caratteristica essenziale della voce di Faber.
Per cui, in ordine cronologico, troviamo uno accanto all’altro cinquantaquattro “racconti di vita” di una semplicità e perfezione disarmante, in cui spiccano tre pezzi da collezione: la versione inedita di Cose che dimentico, in duetto con il figlio Cristiano, per la prima volta su cd il brano Titti (un vero capolavoro scritto con Massimo Bubola) e Una storia sbagliata che solo qui viene incluso in una raccolta.
In direzione ostinata e contraria è un’antologia stupefacente, un ottimo “sussidiario” per insegnare alle nuove generazioni, che le armi più affilate per la lotta si possono trovare, più di ogni altra cosa, nelle parole.
Come potete vedere, superato un primo momento di “timidezza” nel dissertare su De André, poi le difficoltà passano: ma anche questo è l’incantesimo che scaturisce dalla buona “letteratura”.
In direzione ostinata e contraria
Fabrizio De André
Sony BMG, 3 cd, 2005
