di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
Il 9 maggio 1958 alla Carnegie Hall di New York Paul Robeson tornava a esibirsi dopo quasi dieci anni di “confino” dalle scene, a causa delle sue opinioni politiche, vittima come molti altri della «caccia alle streghe» del maccartismo.
«È uno degli artisti che prendono la musica nera e ne fanno musica classica», così lo definiva James W. Johnson (musicista, politico e figura significativa della prima fioritura letteraria nera), limitandone solo alla sfera artistica il proprio giudizio. In effetti Robeson è stato molto più che uno straordinario basso: sportivo professionista, brillante avvocato, attivista per i diritti civili degli afroamericani, instancabile “mediatore culturale” tra i due blocchi durante la Guerra Fredda, attore di teatro e cinema: forse una delle figure dimenticate più importanti del XX secolo.
Nato a Princeton (New Jersey) nel 1898, Paul ebbe modo di frequentare, grazie alle borse di studio ottenute per meriti sportivi, la New York e la Columbia University, laureandosi in legge mentre era già un giocatore professionista di football. La sua successiva carriera forense si interruppe bruscamente quando una segretaria si rifiutò di farsi dettare una lettera da un “negro”.

Ma Paul aveva mille risorse: grazie alla sua prestanza fisica, sfruttò lo straordinario talento d’attore, e soprattutto la sua “caldissima” voce, divenendo un interprete tra i più contesi e una delle prime icone del nascente movimento dei diritti civili degli afroamericani. Furono le partecipazioni a pellicole come Body and Soul e Show Boat (dove canta la celeberrima Ol’ Man River) e a spettacoli teatrali come l’Otello di Shakespeare che lo fecero diventare “The King of Harlem”. Negli anni ’30 si avvicinò alle dottrine comuniste ed ebbe modo di esibirsi in Unione Sovietica, dove si stabilì per alcuni anni, diventando una star. Tornato in patria nel 1939 alternò agli spettacoli l’impegno civile, tanto da procurarsi nel decennio successivo, con l’avvento del maccartismo, la messa all’indice.
Solo nel 1958 tornò sulle scene e nel concerto alla Carnegie Hall (riproposto dalla Vanguard Records) mostrò a pieno tutte le sue potenzialità, cantando spirituals, pezzi classici (Beethoven, Schubert e Bach), brani della tradizione statunitense e d’oltrecortina, recitando monologhi tratti dall’Otello e dal Boris Godunov. Riottenuto il passaporto, Robeson viaggiò in tutto il mondo, portando in scena un repertorio universale, incentrato sul concetto che «tutti gli uomini sono fratelli». Alla morte della moglie, nel 1965, decise di ritirarsi a Philadelphia, dove morì nel gennaio 1976.
A distanza di trent’anni, quest’artista che è riuscito a coniugare impegno civile e musica, segnando la strada in entrambi i campi, ormai risulta dimenticato dalla maggior parte delle persone. Ci auguriamo che ripubblicazioni come questa possano dare nuova luce alla sua figura.
At Carnegie Hall
Paul Robeson
Vanguard Records, distr. Ird
