di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus)

 

C’è sempre un prima e un dopo. Un punto da cui tutto cambia, da dove nulla resterà come all’inizio. Nella vita di Robert Johnson questo momento per anni è stato avvolto nella nebbia; in quell’indefinibile mistero che può nascere negli incontri che all’improvviso si possono fare presso i crocicchi delle strade del profondo sud degli States. Di Faust il giovane Johnson non aveva nulla: per quanto fosse dotto il personaggio di Goethe, si racconta che l’altro fosse quasi analfabeta; ma pure lui, come l’eroe romantico, ambiva alla conoscenza, a diventare il migliore nel proprio campo, ed ebbe modo di cambiare la propria vita dopo un incontro.
Nella cultura afroamericana si era sempre narrato di una presenza che si manifesta agli incroci delle strade di campagna intorno alla mezzanotte e che aspetta i viaggiatori smarriti per scambiare con loro un patto: quello che più desiderano dalla vita contro la loro anima. Che si chiami Diavolo, Mefistofele, Esu, Papa Leg o Legba, che sia un emissario dell’inferno o lo stesso Satana, poco importa: dal momento in cui Robert Johnson lo incontra la sua vita cambia radicalmente. Da chitarrista un po’ goffo, evitato da tutti, diviene un musicista con capacità straordinarie. A detta del suo “compare” fu il primo a suonare basso e canto sulla chitarra insieme mentre accompagnava la propria voce, il primo a suonare il boogie sulla chitarra, il primo a usare l’ostinato, le ripetizioni e l’inventore del turnback.

Nato ad Hazlehurst (Mississippi) l’8 maggio 1911, era figlio di una relazione extraconiugale tra Julia Dodds e Noah Johnson. Trasferitosi con la madre a Robinsonville verso il 1920, lì ebbe modo di imparare da autodidatta a suonare l’armonica a bocca e da suo fratello Charles i primi rudimenti della chitarra. Venne in contatto, all’inizio del decennio successivo, con musicisti come Son House, Charlie Patton e Willie Brown, e quando aveva solo diciannove anni la morte, durante il parto, del primogenito e della moglie segnò profondamente la sua vita, che da allora fu votata solo al maniacale esercizio chitarristico.

Questa e quella in apertura sono le uniche due fotografie conosciute di Robert Johnson

A detta di molti i primi sforzi non ebbero risultati soddisfacenti, anzi molto spesso al giovane Johnson era vietato esibirsi con gli altri musicisti perché considerato di valore mediocre. Ed è forse da qui che inizia a nascere la leggenda del grande chitarrista: il giovane Robert era timido sì, ma anche testardo, pronto a tutto pur di coronare il suo sogno. Scomparve per un po’ di tempo e quando tornò a esibirsi aveva completamente cambiato il proprio modo di suonare: perfezionò una tecnica che nessuno allora possedeva. Proprio da questa sua repentina trasformazione nacque la leggenda del suo incontro con il diavolo, e del patto che aveva stipulato. La verità è molto più semplice: per un breve periodo decise di seguire e prendere lezioni da Ike Zinnerman, un bluesman di cui si sono perse le tracce, che aveva l’abitudine di fermarsi la notte a suonare nei pressi dei cimiteri, e da lui imparò molti segreti.

Rinfrancato nella sua tecnica musicale, Johnson decise di intraprendere la carriera di musicista itinerante, meravigliando chiunque lo sentisse suonare. Il timido e gracile Robert era diventato un esecutore di talento che aveva il suo punto di forza nella tecnica bottleneck, nel fraseggio slide, nella capacità di accompagnare la melodia in contemporanea con gli accordi di basso e in un cantato sempre dal tono tragico e misterioso. Ma Johnson non aveva dimenticato come gli altri musicisti l’avevano trattato in precedenza, ed era molto geloso dei propri trucchi. Si narra che talvolta, se qualcuno lo fissava troppo insistentemente mentre stava suonando, lui smetteva subito, chiudeva la sua chitarra nella custodia e se ne andava senza una parola.
Questa sua ritrosia e il tema delle sue composizioni, sempre proiettato a incrociare la sua vita con quella del diavolo, contribuirono ad alimentare la leggenda. Robert ebbe anche lo straordinario talento di possedere un ottimo orecchio che gli permetteva di riprodurre senza il minimo sforzo la musica che ascoltava dagli altri artisti o dalla radio, così non ebbe difficoltà a carpire le tecniche dei bluesman che l’avevano preceduto, come Lonnie Johnson e Son House, che divenne poi suo maestro di vita e compagno in molte esibizioni.

L’itinerario musicale lo portò nel primo lustro degli anni ’30 in molte cittadine del Delta, stringendo un forte sodalizio artistico con Johnny Shines, ma fu a Jackson (Mississippi) nel 1936 che ebbe modo di conoscere i “bianchi” Henry C. Speir, proprietario di un negozio di dischi, ed Ernie Oertle, talent scout, che gli offrirono di andare a San Antonio per incidere alcuni pezzi. Johnson entrò nella sala di registrazione, allestita all’Hotel Gunter della città texana, il 23 novembre 1936: la leggenda vuole che incise le prime canzoni dando le spalle ai tecnici, un po’ per timidezza un po’ perché geloso della sua arte. Replicò le sessions nei giorni 26 e 27, per un totale di 16 canzoni (e qualche outtake), tra cui Sweet Home Chicago, Terraplane Blues, Cross Road Blues e Rambling On My Mind. Tornato nel Mississippi il chitarrista fu richiamato in sala di incisione (questa volta allestita a Dallas in un magazzino) nel giugno del 1937: tra il 19 e il 20 registrò altri 13 pezzi (tra cui Hellhound On My Trail, Little Queen Of Spades, Me And The Devil Blues e Love In Vain). Nell’arco di pochi mesi, in cinque sedute Johnson in totale mise su nastro 29 pezzi, pieni di doppi sensi, nella più comune tradizione blues (pur limitandosi per via della censura), e di allusioni al diavolo e al loro patto.

Oltre alla sua passione smisurata per la chitarra, Robert aveva sempre coltivato anche un debole per le donne, e nelle sue peregrinazioni tra le varie città si era fatto una fama di sciupafemmine; fu proprio questa nomea, insieme a qualche equivoco, a causare la sua morte. A metà dell’agosto del 1938 fu ingaggiato insieme a Honeyboy Edwards per suonare a un ballo a Three Forks, vicino a Greenwood; fu lì che il proprietario, credendo che Robert avesse fatto il furbo con sua moglie, decise di avvelenarlo facendogli bere del whisky. Johnson si sentì male la sera stessa ma morì soltanto il 16 agosto (a soli 27 anni, pare per una polmonite sopravvenuta nel frattempo), e venne seppellito in un piccolo cimitero in una tomba senza nome. Nel frattempo, i pochi pezzi che furono pubblicati su disco iniziarono a rendere celebre la sua musica, tanto che nell’autunno dello stesso anno John Hammond cercò Robert per farlo esibire alla Carnegie Hall di New York nello storico concerto “From Spiritual To Swing”, ma venne presto a sapere che era morto.

Ci vollero più di quarant’anni per fare luce su molti aspetti della sua vita. L’attento lavoro di ricerca di Peter Guralnick (che pubblicò all’inizio degli anni ’80 Searching for Robert Johnson, edito una decina d’anni dopo da Arcana) e di Mack McCormick (che da vari decenni ha pronto per la stampa il libro Biography of a Phantom, ma ancora non ha trovato il coraggio di pubblicarlo) fece luce su molti aspetti oscuri, raccogliendo le testimonianze di chi l’aveva conosciuto. Pur divenendo un punto di riferimento per molti musicisti suoi contemporanei, le sue incisioni furono raccolte in modo non completo nei due album King of the Delta Blues Singers voll. 1 e 2 (editi rispettivamente nel 1961 e 1970 dalla Columbia) e successivamente nel cofanetto con gli opera omnia The Complete Recordings (1990). Le prima pubblicazione fece in modo di far scoprire ai giovani Eric Clapton, Rolling Stones e altri artisti della British Invasion il valore della musica di Johnson. Infatti è grazie a loro che in qualche modo pezzi come Crossroads e Love In Vain divennero una palestra per tutti i musicisti a venire.
Pur ridimensionato, il mito di Robert Johnson è ancora vivo oggi a settant’anni dalla morte: il regista statunitense Martin Scorsese, fine conoscitore del mondo del blues, ha detto di lui che «è una leggenda pura perché esiste solo attraverso i suoi dischi».